La scomparsa di Michele Albanese, il giornalista che non smise mai di raccontare la 'ndrangheta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cuore della cronaca calabrese, quella più autentica e sofferente, quella che per decenni ha scavato nelle viscere della 'ndrangheta senza mai cercare compromessi o facili ribalte, ha smesso di battere. Michele Albanese, 66 anni, firma storica del Quotidiano del Sud e collaboratore dell’ANSA, si è spento nel reparto di rianimazione dell’ospedale dell’Annunziata a Cosenza. Era ricoverato da tempo, da quando un infarto aveva innescato complicazioni cliniche irreversibili, e con lui se ne va una delle voci più libere e rigorose che questa regione abbia saputo esprimere nel racconto del crimine organizzato -1-7.

Nativo di Cinquefrondi, un centro della Piana di Gioia Tauro che è stata per lui non solo il luogo d’origine ma il principale palcoscenico delle sue inchieste, Albanese aveva fatto della professione una ragione di vita e, letteralmente, un campo di battaglia. La sua carriera, costruita con la pazienza certosina di chi sa che la verità giudiziaria è fatta di carte bollate e di silenzi da infrangere, si era intrecciata in modo indissolubile con le dinamiche più oscure delle cosche. Fu suo, per citare un lavoro tra i tanti, lo scoop che svelò le infiltrazioni mafiose nei riti religiosi, quel famigerato “inchino” della statua della Madonna di Polsi davanti all’abitazione di un boss, un gesto che diceva più di mille trattati su quanto profondo fosse il legame tra devozione popolare e potere criminale -2-4.

Dal 2014, la sua esistenza era cambiata radicalmente. Le sue indagini, condotte sempre con il rigore di chi non si accontenta della superficie, lo avevano messo nel mirino delle cosche della Piana. Da un’intercettazione della Direzione Distrettuale Antimafia emerse un progetto concreto per ucciderlo, e da quel momento lo Stato gli assegnò una scorta. Una condizione, quella della protezione, che non rappresentò mai un alibi per arretrare o per smussare gli angoli della sua scrittura. “Ho perso la libertà, ma rifarei tutto quello che ho scritto”, ebbe modo di dichiarare, consegnando quelle parole a una testimonianza pubblica che ne certificava la tempra morale -8. Vivere sotto scorta significò per lui e per la sua famiglia, la moglie Melania e le figlie Maria Pia e Michela, un’esistenza blindata, fatta di spostamenti controllati e di routine spezzate, un peso che i colleghi più stretti, nel ricordarlo, non hanno esitato a definire “faticosissima” e probabilmente determinante anche nel logoramento della sua salute -3-7.

Il riconoscimento unanime per un cronista che non si è mai piegato

Nel mondo dell’informazione, ma anche in quello delle istituzioni, la notizia del suo decesso ha generato un’ondata di cordoglio che attraversa trasversalmente schieramenti e ruoli. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, lo ha ricordato come un professionista “arguto, mai banale”, capace di parlare del porto di Gioia Tauro e delle sue opportunità di sviluppo con la stessa competenza con cui ne smascherava le zone d’ombra, sempre con un “grande amore per la sua Calabria” che non gli impediva di denunciarne le piaghe -3-6. Il senatore Nicola Irto ne ha sottolineato l’umanità e l’onestà intellettuale, definendolo una “persona leale” e un’amicizia perduta, mentre i colleghi del Quotidiano del Sud hanno scritto che con Albanese il giornale perde un “pilastro” e l’intera regione un “punto di riferimento importantissimo” -3-7.

L’eredità di un cronista che ha fatto della verità una trincea

Ciò che resta del lavoro di Michele Albanese non è solo un archivio di articoli, molti dei quali conservano intatta la loro potenza rivelatrice. Resta un metodo, un’etica del racconto che rifiutava le semplificazioni e la retorica, quella facile retorica antimafia che pure lui, con la sua sola presenza fisica in un’aula di tribunale o in una redazione, contribuiva a rendere autentica. Non era un cronista di nera qualunque; era un conoscitore profondo dei linguaggi della ’ndrangheta, dei suoi silenzi e dei suoi fragori, delle sue metamorfosi e della sua capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale. Raccontare il porto di Gioia Tauro, per lui, significava parlare di lavoro e di sviluppo ma anche di condizionamenti e di appetiti criminali, e lo faceva con una competenza che gli valeva la stima di magistrati e investigatori -5-8. Lascia un vuoto incolmabile non solo per chi lo ha avuto come collega, ma per un’intera comunità che in lui aveva individuato un presidio di legalità, una voce che non si è mai piegata, un uomo che ha scelto di stare dalla parte dei fatti. E lo ha fatto fino alla fine, anche quando stare dalla parte dei fatti significava vivere con la scorta, anche quando significava, forse, consumarsi.

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