Zen 2, assegnatario di una casa popolare picchiato e minacciato davanti alla famiglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Da mesi ormai riceveva minacce, sempre le stesse, un ritornello che nella cementificata periferia nord di Palermo ha il suono inequivocabile di un ordine mafioso: “qui non ci puoi stare, te ne devi andare o ti finisce male a te e alla tua famiglia”. A ripeterglielo quasi ogni giorno erano gli uomini che tengono le redini del racket degli alloggi popolari allo Zen 2, uomini che per Cosa nostra controllano la contabilità delle case che si liberano e che, forti di una sovranità territoriale parallela a quella dello Stato, decidono chi può abitarle. L’ultimo capitolo di questa guerra per il mattone, che ha come scenario i fatiscenti casermoni del quartiere, ha avuto come vittima un cittadino dello Sri Lanka di sessantacinque anni, assegnatario legittimo di un appartamento del Comune, il quale non si era piegato al diktat. Così, pochi giorni fa, la “spedizione punitiva” organizzata dagli scagnozzi: lo hanno atteso sotto casa e, davanti agli occhi della moglie e dei figli, lo hanno selvaggiamente picchiato a colpi di cinghia, pugni e calci, nella speranza che la violenza inaudita riuscisse dove le sole parole di intimidazione avevano fallito.

La denuncia e le indagini sul racket degli alloggi

L’uomo, nonostante il pestaggio e il terrore inoculato con quella frustata in presenza dei familiari, ha trovato la forza di recarsi al commissariato di zona per sporgere denuncia, raccontando agli agenti le vessazioni iniziate subito dopo l’assegnazione dell’alloggio, risalente a qualche mese fa. La sua resistenza, un atto di coraggio che rompe il muro di omertà, ha permesso di riaccendere i riflettori su un fenomeno che la Procura di Palermo sta già indagando con un apposito fascicolo: quello del mercato nero delle case popolari, un business che nei soli padiglioni dello Zen 2 frutta alle cosche centinaia di migliaia di euro. Il meccanismo, del resto, è rodato e spietato: gli appartamenti di proprietà dello Iacp ma gestiti dal Comune, una volta liberati, anziché essere riassegnati a chi è in graduatoria da anni, finiscono nella disponibilità dei clan, che li rivendono a famiglie disposte a pagare somme che oscillano tra i quindicimila e i ventimila euro o, in alternativa, a trasformarsi in manovalanza per lo spaccio o in custodi di armi.

Il sistema di potere parallelo tra allacci abusivi e pizzo sull'acqua

Il controllo esercitato da Cosa nostra nello Zen 2 non si limita però alla spartizione degli alloggi, ma si estende a una vera e propria gestione parallela dei servizi primari, come dimostra il dossier dell’Amap presentato in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza. Nel quartiere, infatti, nessuno possiede un contatore dell’acqua regolare; le forniture idriche vengono garantite attraverso una fitta rete di allacci abusivi che partono da via Fausto Coppi e via Rocky Marciano, e per questo servizio ogni famiglia è costretta a pagare un pizzo mensile di circa quindici euro ai cosiddetti “capi posto”, con il ricavato che finisce per sostenere le famiglie dei detenuti o per ripagare, stando ad alcune intercettazioni, il “merito” storico di avere portato l’acqua nel quartiere. Un sistema che si autoalimenta e che considera l’intervento del Comune, quando tenta di riassegnare una casa a un legittimo avente diritto, come un’inaccettabile ingerenza in un territorio che i boss considerano di loro esclusiva competenza.

Il presidio di legalità e le misure a tutela degli assegnatari

All’ennesimo episodio di violenza, consumato ai danni dell’anziano cittadino dello Sri Lanka, ha fatto seguito la presa di posizione dell’assessore comunale all’Emergenza abitativa Fabrizio Ferrandelli, il quale ha confermato che l’attenzione dell’amministrazione sul fenomeno rimane altissima, proprio per evitare che queste situazioni, un tempo relegate al silenzio e all’omertà, possano ripetersi senza che lo Stato opponga resistenza. Solo qualche settimana fa, del resto, lo stesso assessore aveva dormito per due notti in un altro alloggio dello Zen, dal quale una famiglia con tre figli era stata fatta sloggiare con la violenza, presidiando fisicamente l’immobile insieme a docenti universitari e volontari per impedirne l’occupazione abusiva e per lanciare un segnale chiaro: quello della presenza dello Stato che non arretra. Un presidio che ha portato all’installazione di un impianto di videosorveglianza e alla successiva riconsegna delle chiavi alla famiglia legittima, un piccolo ma significativo segnale in una battaglia quotidiana che si combatte casa per casa, in quartieri dove persino l’energia elettrica viene staccata per intimorire chi osa opporsi al racket.

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