Oro in bilico tra dollaro resiliente e attese sui tassi: i target delle grandi banche restano lontani

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del lingotto, dopo aver toccato un picco storico a gennaio che molti già davano per superato, fatica ora a trovare una direzione chiara: scambiando intorno a 4.692,71 dollari l’oncia – all’interno di un range giornaliero che oscilla tra 4.659,54 e 4.728,64 – il metallo giallo subisce la pressione combinata di un biglietto verde più forte (con l’indice del dollaro citato vicino a 98,51) e del rinvio delle attese su un allentamento monetario della Federal Reserve. E se da un lato le tensioni geopolitiche, riemerse prepotentemente dopo che il presidente Trump ha ritirato i funzionari chiave dai negoziati di pace a Islamabad, avrebbero dovuto sostenere la domanda di beni rifugio, dall’altro l’effetto è stato paradossalmente annullato proprio dalla forza della divisa americana e da un contesto macroeconomico che non perdona. Anche l’analisi tecnica conferra questa fase di stanca: il mancato recupero della soglia psicologica dei 4.650 dollari, unito al cedimento di quel supporto a fine aprile, lascia intendere che la dinamica ribassista possa estendersi verso quota 4.420.415 dollari, se non addirittura fino a 4.300 dollari nel caso in cui la pressione dovesse intensificarsi.

Dubbi sui tagli e un paradosso inflazionistico

Il vero nodo della questione, spiegano gli analisti interpellati dalle agenzie, risiede nelle attese di politica monetaria: i mercati scontano ormai una probabilità limitata di un allentamento dei tassi nella riunione del 28-29 aprile, alla luce di un’inflazione che resta ostinatamente alta – alimentata peraltro dal caro energia legato al blocco dello Stretto di Hormuz. Ne consegue un paradosso che sta disorientando molti operatori: proprio mentre i prezzi al consumo accelerano (trainati dal balzo del petrolio), l’oro sembra aver temporaneamente perso la sua tradizionale capacità di fungere da “inflation-hedge”, con il dollaro forte e i rendimenti reali positivi che ne limitano l’appeal. A ciò si aggiunge un quadro tecnico debole: gli indicatori di tendenza sono allineati in posizione short, l’Rsi si è spinto in area d’ipervenduto e lo Stocastico, pur avendo reagito velocemente, si è riportato sulla linea dei 50 punti, segnale quest’ultimo di un momentum ancora fragile. Non manca però chi vede in questa fase una semplice pausa di riflessione, dati gli acquisti record delle banche centrali: la Banca Popolare Cinese, per fare un esempio, ha messo a segno il diciassettesimo mese consecutivo di acquisti netti a marzo, aggiungendo 5 tonnellate alle proprie riserve.

Le scommesse (dissonanti) dei colossi di Wall Street

In un contesto così frammentato, le previsioni delle grandi banche d’affari divergono in maniera significativa, offrendo uno spettro di target che va da un cauto ottimismo a vere e proprie scommesse sul futuro. Bofa Merrill Lynch, ad esempio, non ha dubbi: il prezzo toccherà i 6.000 dollari l’oncia nei prossimi dodici mesi, una cifra che molti giudicano irraggiungibile dopo il recente sell-off. J.P. Morgan, pur essendo leggermente più prudente, mantiene un target di fine 2026 a 6.300 dollari, mentre Goldman Sachs riconferma la sua stima a 5.400 dollari nonostante il crollo di marzo. Più realista, o forse più conservativa, Morgan Stanley ha invece rivisto al ribasso le proprie stime per il secondo semestre portandole a 5.200 dollari, citando tre venti contrari specifici: un rallentamento negli acquisti del settore ufficiale (sceso a 31 tonnellate mensili contro le 50 del 2025), un’inversione di tendenza nei flussi degli Etf (con vendite per 90 tonnellate a marzo) e una rottura tecnica al di sotto delle medie mobili a 50 e 100 giorni.

Domanda strutturale e resilienza del “floor” di prezzo

Nonostante il quadro a breve termine appaia dominato da uno scenario ribassista, gli strateghi ricordano che il supporto di fondo offerto dalle banche centrali (specie quelle dei paesi emergenti, intente a diversificare le riserve dal dollaro) resta un argine potente. Il sondaggio trimestrale curato da Reuters su 31 analisti ha restituito a metà aprile una previsione mediana per la media annuale del 2026 pari a 4.916 dollari, il consenso più alto mai registrato dal 2012. Ciò significa che, al di là della volatilità quotidiana e delle tensioni geopolitiche che incidono più sul sentiment che sui fondamentali, la tesi “rialzista” di lungo periodo si fonda su un cambiamento strutturale del mercato: la de-dollarizzazione in atto e il costo opportunità di detenere contanti in un contesto di debiti sovrani in crescita. Il supporto individuato da J.P. Morgan nella fascia 4.400.600 dollari rappresenta, in quest’ottica, più un’area di accumulazione che un vero e proprio rischio di crollo, un “floor” strutturale che – se testato – potrebbe attrarre nuovamente quei compratori istituzionali rimasti finora in disparte.

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