Oro in caduta libera, quarto mese di ribassi: il dollaro forte e i tassi alti frenano il metallo giallo
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Redazione Economia
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Il tradizionale rapporto tra inflazione e prezzo dell'oro, che per decenni aveva rappresentato un punto fermo per gli investitori di tutto il mondo, sembra essersi improvvisamente incrinato, lasciando spazio a un paradosso che sta mettendo a dura prova le convinzioni anche degli operatori più esperti. Mentre l'inflazione americana registrava un incremento del 4,2% su base annua, il dato più elevato dal 2023, il metallo giallo vedeva il proprio valore diminuire di oltre 1000 dollari dal picco segnato a inizio 2026, attestandosi ora a 4072 dollari l'oncia.
Il picco era stato raggiunto il 28 gennaio 2026, quando l'oro aveva toccato i 5.303 dollari l'oncia, prima di avviare una discesa che in cinque mesi avrebbe eroso circa un quarto del suo valore. Siamo di fronte a un ribasso che si è protratto per quattro settimane consecutive, una flessione che ha portato il metallo prezioso a testare il livello psicologico dei 4.000 dollari, superato al ribasso nel corso della scorsa settimana, e che interroga gli analisti sulle reali prospettive di un bene rifugio che sembra aver smarrito la propria bussola.
Il costo-opportunità dell'oro e il dollaro forte
A spiegare il paradosso di un'inflazione in rialzo e di un bene rifugio in calo è in larga misura la dinamica dei tassi di interesse reali, ovvero quelli corretti per l'inflazione. Occorre innanzitutto ricordare che l'oro non paga dividendi né cedole: il suo rendimento implicito è zero.
Quando i tassi di riferimento delle banche centrali salgono e i bond governativi offrono rendimenti più generosi, il costo-opportunità di detenere oro, ovvero ciò a cui l'investitore rinuncia scegliendo il metallo giallo al posto di un titolo di Stato, aumenta in modo significativo. I rendimenti reali sui TIPS americani a dieci anni si attestavano attorno al 2,19% a fine giugno, garantendo così un rendimento del 2,19% oltre al tasso d'inflazione americano. Il costo-opportunità è tutt'altro che trascurabile per chi detiene oro.
Non a caso, i fondi ETF sull'oro hanno registrato deflussi record, con oltre 12,7 miliardi di dollari in uscita dal Nord America nel solo mese di marzo 2026, il dato peggiore degli ultimi cinque anni. A questo si aggiunge un dollaro più forte che rende l'oro più costoso per gli acquirenti che utilizzano altre valute, riducendo ulteriormente la domanda.
Le banche centrali e le previsioni degli istituti di credito
In questo contesto di debolezza congiunturale, le banche centrali sembrano però muoversi in controtendenza, continuando ad acquistare oro per diversificare le proprie riserve. Il World Gold Council parla di acquisti per 244 tonnellate nel primo trimestre di quest'anno, in linea con gli anni precedenti, e la Banca Popolare Cinese ha annunciato di aver comprato 10 tonnellate a maggio dopo le 8 di aprile, segnando i maggiori acquisti da parte di un'istituzione dal dicembre del 2024, nonché il 19esimo mese consecutivo di aumento delle riserve.
La Banca Centrale Europea ha persino definito l'oro come l'asset di riserva più importante per un'ottica di lungo periodo, anche più dei Treasury. Tuttavia, i giganti del credito americani sembrano più cauti: Goldman Sachs ha tagliato il proprio obiettivo di prezzo per fine 2026 da 5.400 a 4.900 dollari l'oncia il 20 giugno, imputando tale revisione ai deflussi dagli ETF e alla rimozione di qualsiasi taglio dei tassi americani dal proprio scenario base per l'anno in corso. J.P. Morgan si conferma la più ottimista, mantenendo un target di circa 6.000 dollari per fine anno, con un possibile allungo fino a 6.300 dollari nel 2027, pur ammettendo che la domanda degli investitori si è notevolmente assottigliata. Deutsche Bank, più conservativa, ha limato al ribasso il proprio obiettivo per il 2026, stimando una media di 4.300 dollari nel terzo trimestre e un recupero fino a 4.800 dollari nel quarto.
UBS e le prospettive di medio-lungo termine
Controcorrente rispetto alle banche d'affari americane, UBS ha recentemente rialzato le proprie previsioni sul metallo giallo, suggerendo che l'attuale fase di debolezza rappresenti un'opportunità per accumulare posizioni a prezzi scontati. Secondo gli analisti della banca svizzera, il prezzo dell'oro potrebbe oscillare tra 3850 e 4000 dollari nel breve termine, ma nei prossimi 12 mesi potrebbe salire a 5200 dollari l'oncia.
UBS ritiene che l'attuale forza del dollaro sia solo temporanea e che le posizioni long sul biglietto verde siano estremamente affollate, lasciando poco spazio a un ulteriore rally significativo. Nel lungo periodo, problemi strutturali come gli elevati deficit fiscali statunitensi e il deficit delle partite correnti saranno difficilmente risolvibili, e l'indebolimento del dollaro potrebbe rivelarsi un potente motore al rialzo per il prezzo dell'oro.
La banca sottolinea inoltre che l'acquisto continuativo di oro da parte delle banche centrali costituisce un pilastro fondamentale a sostegno della stabilità dei prezzi, con la Polonia che ha acquistato 18 tonnellate d'oro e la Cina 10 tonnellate a maggio, e prevede che per l'intero anno il totale degli acquisti globali si attesti tra le 750 e le 1000 tonnellate.




