L’oro sale a 4.711 dollari, ma l’analisi tecnica vede un cedimento possibile; l’argento vola a 77,48$

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tregua appare ancora un miraggio, eppure basta un semplice spiraglio – quello di un possibile negoziato tra Stati Uniti e Iran per porre fine alle ostilità in Medio Oriente – per innescare una fiammata sui metalli preziosi. L’oro spot tocca così i 4.711 dollari l’oncia, mettendo a segno un progresso del 3,41%, mentre la sua versione future (scadenza giugno 2026) si attesta a 4.724 dollari con un analogo balzo percentuale. L’argento, dal canto suo, corre addirittura più veloce: +6,37% fino a 77,48 dollari. Non sono soli, perché anche il palladio sale a 1.544 dollari (+4%) e il platino a 2.040 (+3,84%). Numeri che riportano entrambi i beni rifugio ai massimi da circa un mese, alimentati da un cauto ottimismo diplomatico.

Il peso concreto dello stallo nello Stretto di Hormuz

Ma guai a parlare di certezze. Il cessate il fuoco, quello che molti davano per imminente, ha subito un duro colpo quando entrambe le parti hanno aperto il fuoco nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Un’escalation che ha subito rimesso in discussione ogni presunta intesa. Ciò nonostante, venerdì gli investitori hanno scelto di riassorbire i timori legati all’inflazione – in calo, seppur lievemente – e di scommettere su previsioni di tassi d’interesse più basse. L’oro spot è schizzato fino a 4.725 dollari, avvicinandosi a un incremento settimanale superiore al 2%. Sembra quasi che il metallo giallo ritrovi la sua anima di bene rifugio, anche se resta drammaticamente esposto a ogni virgola delle trattative tra Washington e Teheran.

Il quadro tecnico: un rimbalzo che non cancella il cedimento dei supporti

Eppure, l’analisi tecnica racconta una storia più prudente, quasi dissonante rispetto all’entusiasmo del momento. Il Gold future ha fallito il recupero della soglia dei 4.650 dollari a fine aprile, e il successivo tentativo di risalita non è servito a riparare la perdita di quel supporto. A questo punto, avvertono gli esperti, la dinamica ribassista potrebbe estendersi senza troppa fatica verso l’area 4.420.415 dollari, o addirittura spingersi fino a 4.300. Non è una voce isolata: anche l’analisi algoritmica conferma la prospettiva, con gli indicatori di tendenza tutti allineati in posizione short. L’Rsi ha già toccato la zona d’ipervenduto, e lo Stocastico – che qui gioca un ruolo delicato – ha avviato una reazione rapida ma per ora fragile verso la linea dei 50 punti.

Le previsioni a dodici mesi: 6.000 dollari non sono un esito scontato

Chi invece non ha dubbi sono gli specialisti di Bofa Merrill Lynch: per loro, l’oro toccherà i 6.000 dollari l’oncia nei prossimi dodici mesi. Una previsione ambiziosa, se si considera che il metallo giallo a fine aprile era sceso sotto i 4.700 dollari, lontanissimo dal picco di 5.500 toccato a gennaio. Per molti operatori, insomma, non si tratta affatto di un esito scontato. Il punto è che l’oro sembra aver perso la sua storica caratteristica di inflation-hedge – vale a dire la capacità di proteggere dall’erosione dei prezzi al consumo – proprio nel momento in cui l’inflazione ricomincia a puntare verso l’alto, spinta dal balzo del costo dell’energia. Una contraddizione che rende ogni proiezione, per quanto autorevole, atipicamente incerta.

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