Nobel per la Pace 2026, la battuta di Navi Pillay: "Se applaudite ancora un po' dividerò il premio con Trump"
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Redazione Esteri
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Navanethem «Navi» Pillay, giudice della Corte internazionale di giustizia, ha accolto la notizia dell'assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 con una battuta che ha fatto il giro delle agenzie internazionali. Mentre i colleghi riuniti a Norimberga, dove la giurista stava partecipando a un vertice sul diritto internazionale, la applaudivano, Pillay ha detto: «Se applaudite ancora un po', dividerò il premio con Trump». La reazione è stata ripresa dalla segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, e diffusa sui social network.
La giurista sudafricana ha poi aggiunto: «Quest'applauso significa tanto per me. Nessuno vuole ricevere un premio senza che il pubblico pensi che lo meriti». E, con una punta di ironia professionale, ha precisato che, da avvocato e giudice, intendeva comunque verificare la notizia prima di considerarla certa.
Un riconoscimento per il diritto internazionale
Il Comitato norvegese per il Nobel ha motivato la scelta sottolineando come Pillay abbia «dimostrato eccezionale coraggio e integrità» nel suo lavoro contro i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio.
Il presidente del Comitato, Jørgen Watne Frydnes, ha definito la giurista «una delle più grandi difensori dei principi giuridici internazionali del nostro tempo», ricordando il filo conduttore che lega la sua opera giovanile in difesa di Nelson Mandela e degli oppositori dell'apartheid al suo servizio come giudice in alcuni dei più importanti processi internazionali dell'epoca contemporanea.
La questione di Gaza e la precisazione del Comitato
Pillay ha presieduto fino al 2025 la Commissione d'inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, che in un rapporto pubblicato l'anno scorso aveva concluso che Israele aveva commesso atti di genocidio a Gaza. «La Commissione stabilisce che Israele è responsabile della commissione di un genocidio a Gaza», aveva dichiarato allora Pillay, aggiungendo che «è evidente che sussiste l'intento di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti nella Convenzione sul genocidio».
Il Comitato Nobel, sollecitato dai giornalisti dopo l'annuncio, ha però preso le distanze da quella conclusione: «Non siamo un tribunale. Si tratta del rapporto della Commissione, e naturalmente abbiamo grande fiducia nella professionalità e nell'integrità di Pillay, ma quel lavoro è di una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite», ha dichiarato Frydnes.
Dall'apartheid ai tribunali internazionali
Nata a Durban il 23 settembre 1941 in una famiglia di origine indiana tamil, Pillay è cresciuta sotto il regime di segregazione razziale sudafricano. Nel 1967 è diventata la prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal, difendendo numerosi oppositori dell'apartheid e battendosi per i diritti dei prigionieri politici, compresi quelli detenuti a Robben Island. Dopo la fine del regime segregazionista, nel 1995 è stata la prima donna non bianca a sedere nell'Alta Corte sudafricana.
La sua carriera internazionale l'ha portata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che ha presieduto per quattro anni, dove ha contribuito a una svolta storica del diritto internazionale: il riconoscimento, nel processo contro Jean-Paul Akayesu, che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire atti di genocidio e crimini contro l'umanità. Successivamente è stata giudice della Corte penale internazionale dell'Aia e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014.
Attualmente siede come giudice alla Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro la minoranza rohingya.
Le reazioni internazionali
L'assegnazione del premio ha suscitato reazioni divergenti. L'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha parlato di «una vittoria collettiva per i diritti umani e per tutti coloro che cercano giustizia e responsabilità», mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha elogiato Pillay per aver guardato «in faccia la brutalità dell'ingiustizia senza mai distogliere lo sguardo».
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha definito il riconoscimento «un profondo tributo al coraggio, all'integrità e all'impegno di una vita per la giustizia» della giurista.
Il ministero degli Esteri israeliano ha invece respinto con durezza l'assegnazione, sostenendo che il premio «ha legittimato l'odio e il pregiudizio anti-israeliano» e aggiungendo, in una nota, che «se esistesse un premio per le menzogne, l'odio e i libelli sanguinari, Navi Pillay non sarebbe solo una candidata: sarebbe in testa».
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