La "Ghibli mania" travolge il web, ma l'intelligenza artificiale sbaglia le Sette Meraviglie
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’ultima ossessione digitale, ribattezzata Ghibli mania, ha travolto i social network, spingendo oltre un milione di nuovi utenti a riversarsi in un’ora sulla piattaforma di OpenAI per trasformare le proprie foto in illustrazioni che imitano lo stile dello Studio Ghibli. Un fenomeno virale, alimentato da celebrità e persino politici, che ha contribuito a far lievitare a 700 milioni gli utenti mensili attivi di ChatGPT, come confermato da Sam Altman, amministratore delegato della società, la quale ha recentemente ottenuto finanziamenti per 40 miliardi di dollari.
Mentre il web si divertiva a ghiblificare ritratti e paesaggi, l’intelligenza artificiale ha provato a reinterpretare le Sette Meraviglie del Mondo, finendo però per commettere errori macroscopici. Nelle immagini generate – diffuse a ritmo incessante – si notano incongruenze storiche e geografiche, segno che l’algoritmo, pur avanzato, non sempre distingue tra fantasia e realtà. Un dettaglio non trascurabile, considerando che la stessa tecnologia è già stata sfruttata per produrre documenti falsi, scontrini contraffatti e testi fraudolenti, dimostrando una precisione superiore a quella dei concorrenti.
La febbre da Ghiblify, oltre a mettere a dura prova i server di ChatGPT, ha rivelato quanto l’entusiasmo per queste applicazioni possa oscurarne i limiti. Se da un lato l’AI riesce a emulare l’estetica onirica di Miyazaki – regista di culto con opere come La città incantata – dall’altro mostra ancora difficoltà nel gestire dati concreti, come quelli legati a monumenti reali. Senza contare che, dietro al divertimento, si nascondono rischi concreti: la stessa abilità nel generare contenuti convincenti, infatti, può trasformarsi in un’arma per truffatori e malintenzionati.




