Il futuro dello Studio Ghibli e l'ombra dell'intelligenza artificiale
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Goro Miyazaki, amministratore delegato dello Studio Ghibli e figlio del celebre Hayao, ha affrontato senza reticenze la questione più delicata per il futuro dello studio di animazione: cosa accadrà quando suo padre, ormai ottantatreenne, non potrà più guidare la creatività di quel mondo fantastico che ha conquistato generazioni? In un’intervista a Japan Today, il regista de La collina dei papaveri ha ammesso che le intelligenze artificiali, capaci di emulare lo stile unico del padre, rappresentano una sfida tanto affascinante quanto inquietante.
Se da un lato i modelli generativi, come ChatGPT e altri strumenti di elaborazione immagini, hanno raggiunto livelli di precisione impressionanti – al punto da produrre falsi documenti quasi indistinguibili dagli originali – dall’altro sollevano interrogativi sul futuro dell’arte e della proprietà intellettuale. Negli ultimi mesi, infatti, l’AI è stata utilizzata per creare illustrazioni che imitano fedelmente l’estetica onirica di Il mio vicino Totoro o La città incantata, alimentando un dibattito già acceso sul confine tra ispirazione e plagio.
Goro, pur riconoscendo il potenziale di queste tecnologie, sembra scettico sull’idea che una macchina possa sostituire la sensibilità umana. "Ciò che rende unico lo Studio Ghibli", ha sottolineato, "non è solo la tecnica, ma l’anima che mio padre e gli altri artisti hanno infuso in ogni fotogramma". Un concetto che risuona con forza in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, sebbene capace di replicare forme e colori, fatica a cogliere quelle sfumature emotive che distinguono un’opera d’arte da un semplice prodotto.
Intanto, la diffusione di strumenti AI accessibili a chiunque ha aperto scenari inediti, e non sempre rassicuranti. Oltre alle immagini in stile Ghibli, spopolano sui social network tutorial per trasformare volti in action figure digitali o per generare documenti falsi talmente accurati da superare i controlli più superficiali. Un fenomeno che, se da un lato alimenta la creatività amatoriale, dall’altro rischia di minare la fiducia negli strumenti di verifica, già messi a dura prova dalle deepfake e dalle manipolazioni audio-visive.




