Ricina a Pietracatella, il medico indagato: "Si erano riprese entrambe"
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Redazione Interno
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Il dottor Pietro Vuotto, uno dei cinque medici finiti nel registro degli indagati per il giallo di Pietracatella, è tornato davanti alle telecamere per raccontare ciò che vide quando Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita si presentarono al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Campobasso. Il suo racconto aggiunge un tassello a una vicenda che, a oltre otto mesi dalla morte delle due donne, resta avvolta nel mistero. Quando madre e figlia furono dimesse dopo il primo accesso, le loro condizioni erano in miglioramento.
«Si erano riprese entrambe», ha spiegato il medico, precisando però che al secondo ricovero il quadro clinico era radicalmente cambiato. Per questo Vuotto non esclude che l'avvelenamento possa essere avvenuto in due tempi distinti.
Quadri clinici differenti e l'ipotesi del doppio avvelenamento
Il racconto del dottore si sofferma sulle differenze tra i sintomi accusati dai vari membri della famiglia. Sara Di Vita presentava un quadro compatibile con una disidratazione: labbra asciutte, pallore marcato e una condizione generale che lasciava spazio a ipotesi diagnostiche iniziali legate a una tossinfezione o a una gastroenterite virale. Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre della quindicenne, manifestava invece sintomi diversi: «dolori muscolari, debolezza e cefalea».
Un elemento, quest'ultimo, che nelle settimane successive avrebbe assunto un peso particolare, dal momento che gli accertamenti scientifici avrebbero poi escluso qualsiasi contatto dell'uomo con la tossina. Quando Sara tornò in ospedale il pomeriggio del 27 dicembre, accompagnata dalla sorella Alice, le sue condizioni erano precipitate: era ipotesa, con la pressione molto bassa, confusa e tendeva ad addormentarsi senza rispondere in modo adeguato.
«Sicuramente c'è un quadro di presentazione molto diverso tra la prima volta in cui vedo Sara e la seconda volta in cui la vedo», ha osservato Vuotto, aprendo di fatto alla pista di una doppia somministrazione del veleno.
Il quadro dell'inchiesta e gli accertamenti ancora in corso
L'inchiesta della Procura di Larino, coordinata dalla procuratrice Elvira Antonelli, procede al momento contro ignoti per l'ipotesi di duplice omicidio premeditato. I cinque medici del nosocomio campobassino, tra cui lo stesso Vuotto, restano indagati a titolo di omicidio colposo per la loro condotta in occasione dei primi accessi delle due donne in pronto soccorso. La vicenda era iniziata con una cena consumata il 23 dicembre nella casa di famiglia a Pietracatella, durante la quale sarebbero stati serviti cozze, salumi e una giardiniera di verdure.
Nei giorni successivi Antonella, Sara e Gianni avevano accusato nausea, vomito e forti dolori addominali. Per settimane la causa dei decessi è rimasta sconosciuta, finché gli esami tossicologici condotti dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia non hanno individuato la ricina nel sangue delle due vittime. La perizia autoptica, un fascicolo di circa 900 pagine depositato lo scorso luglio, ha confermato che entrambe sono morte per intossicazione da questa tossina, contenuta nei semi della pianta di ricino.
Il nodo dei campioni ambientali e le audizioni dei testimoni
Mentre il quadro tossicologico sulle vittime appare definito, restano da chiarire le modalità attraverso cui il veleno sarebbe stato somministrato. Gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, incaricati dalla procura il 29 giugno scorso, hanno effettuato un sopralluogo nella casa di Pietracatella il 30 luglio, prelevando 131 campioni tra mobili, abiti e oggetti. Secondo quanto emerso nelle ultime settimane, nei primi esami sui campioni ambientali non sarebbero state rilevate tracce di ricina né di altre sostanze riconducibili al Ricinus communis.
Si tratta tuttavia di risultati provvisori: la procuratrice Antonelli ha chiarito che nessuna relazione conclusiva è stata ancora depositata e che le attività di consulenza, per quantità e complessità, richiederanno ulteriore tempo. L'assenza della tossina nei reperti della casa non smentisce i risultati ottenuti sui corpi delle vittime, ma complica la ricostruzione del percorso attraverso cui il veleno è arrivato a madre e figlia.
Il nuovo ciclo di interrogatori in Questura
Sul fronte investigativo, gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, guidati da Marco Graziano, hanno intensificato nelle ultime settimane le audizioni di persone già sentite in precedenza. Venerdì mattina Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, era tornata in Questura per un colloquio durato circa tre ore; la donna è stata riconvocata nuovamente martedì pomeriggio, poco dopo le 15.30, a distanza di pochi giorni dalla prima audizione.
Domenica mattina era invece toccato alla professoressa di matematica amica di Gianni Di Vita, ascoltata come persona informata sui fatti per circa quattro ore. La docente era già stata convocata nelle ore di Ferragosto e poi il 20 agosto, quando si era svolto un confronto diretto con lo stesso Di Vita. Secondo quanto trapelato, alla base di questo nuovo ciclo di deposizioni ci sarebbero alcune versioni contrastanti fornite da testimoni su circostanze ritenute rilevanti dagli inquirenti. Nella giornata di sabato era stata sentita a lungo anche un'altra cugina dell'ex sindaco di Pietracatella.
Le indagini proseguono su più fronti: oltre alle audizioni, gli investigatori stanno analizzando i dati contenuti nei dispositivi elettronici sequestrati ai componenti della famiglia e attendono gli esiti definitivi degli accertamenti affidati agli specialisti tedeschi.
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