Ricina a Pietracatella, il medico indagato: «Sara e Antonella sembravano riprese, poi il crollo»
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Redazione Interno
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Sono passati nove mesi da quando Antonella Di Ielsi, 50 anni, e sua figlia Sara Di Vita, di appena 15, sono morte a poche ore di distanza l'una dall'altra dopo aver ingerito una dose letale di ricina.
Un giallo che continua ad avvolgere Pietracatella, il piccolo centro in provincia di Campobasso dove la famiglia Di Vita viveva, e che nelle ultime settimane ha conosciuto una nuova accelerazione fatta di convocazioni a sorpresa, confronti serrati e deposizioni che gli investigatori della Squadra Mobile, guidati da Marco Graziano su disposizione della procuratrice di Larino Elvira Antonelli, stanno mettendo una accanto all'altra alla ricerca di contraddizioni.
Il racconto del dottor Vuotto
A rompere il silenzio, davanti alle telecamere di Ore 14 su Rai 2, è stato Pietro Vuotto, uno dei cinque medici dell'ospedale Cardarelli di Campobasso iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Il dottore ha ricostruito con precisione ciò che vide quando Antonella e Sara si presentarono al pronto soccorso nei giorni immediatamente successivi al Natale. «Sara aveva i segni di una disidratazione, aveva le labbra asciutte, era molto pallida.
Antonella era arrivata con sintomi molto simili a quelli della figlia», ha spiegato, precisando che la forbice diagnostica iniziale oscillava tra una tossinfezione e una enterite virale. Quadri clinici, questi, che non lasciavano presagire la tragedia imminente. Dopo le prime dimissioni, avvenute il 26 dicembre prima per Antonella e poi per Sara, «trattenuta per qualche altra ora in osservazione», le due pazienti sembravano stare meglio. «Si erano riprese entrambe», ha confermato il medico.
Il quadro clinico al secondo accesso
Il 27 dicembre, però, la situazione è precipitata. Sara era stata riaccompagnata al pronto soccorso dalla sorella Alice, che l'aveva trovata in condizioni profondamente diverse rispetto alla sera precedente. «Era ipotesa, aveva la pressione molto bassa, era anche confusa, tendeva ad addormentarsi, non rispondeva a tono», ha ricordato Vuotto, sottolineando come proprio lo stato confusionale della ragazza avesse messo in allarme la sorella.
Una differenza così netta tra il primo e il secondo accesso ha spinto il medico a non escludere che Sara possa essere stata avvelenata in due momenti distinti. Un'ipotesi che, secondo quanto filtra dall'inchiesta, gli stessi inquirenti non hanno mai accantonato: madre e figlia potrebbero aver ricevuto nuovamente il veleno tra il 26 e il 27 dicembre.
Sintomi diversi per Gianni Di Vita
Vuotto è stato anche l'unico sanitario ad aver visitato, oltre alle due donne poi decedute, anche Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, che negli stessi giorni aveva accusato un malessere. Il quadro clinico dell'uomo, però, era sensibilmente diverso: «dolori muscolari, debolezza e cefalea», stando alla ricostruzione del medico, che si è detto certo di come la presentazione dei sintomi dell'ex sindaco fosse «dissimile» rispetto a quella della moglie e della figlia.
Un elemento che si intreccia con gli esiti degli accertamenti scientifici: gli esami effettuati dagli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino hanno escluso nel sangue di Gianni Di Vita non solo la presenza della ricina, ma anche quella di anticorpi riconducibili a una precedente esposizione alla tossina. Nessuna traccia del veleno è emersa neppure nei campioni della figlia Alice, che quella sera non aveva partecipato alla cena ritenuta cruciale dagli investigatori.
Le convocazioni in Questura
Sul fronte investigativo, il fine settimana appena trascorso è stato denso di convocazioni negli uffici di via Tiberio a Campobasso. Laura Di Vita, cugina di Gianni, è tornata davanti agli inquirenti martedì pomeriggio, poco dopo le 15.30, dopo essere già stata ascoltata per tre ore venerdì mattina. Era uscita poco dopo le 18, senza rispondere alle domande dei giornalisti, come del resto aveva sempre fatto. La decisione di riconvocarla era maturata al termine di un vertice investigativo tenuto la sera precedente negli uffici della Procura di Larino.
Tra sabato e domenica, sempre come persone informate sui fatti, erano state sentite anche un'altra cugina di Gianni, Loredana, e Monia, la professoressa di matematica amica dell'ex sindaco, già ascoltata più volte in passato e protagonista, il 20 agosto, di un confronto durato circa sei ore proprio con Di Vita.
La pista dei motivi personali
Secondo quanto emerso, il nuovo giro di deposizioni sarebbe legato alla necessità di verificare versioni contrastanti fornite da alcuni testimoni su circostanze ritenute importanti. La pista principale seguita dagli investigatori resta quella dei motivi personali, con l'attenzione concentrata sulle relazioni e sulle frequentazioni interne alla cerchia familiare e amicale. L'inchiesta per il duplice omicidio premeditato resta per ora contro ignoti, mentre il filone che riguarda la responsabilità medica vede indagati i cinque sanitari del Cardarelli.
Le relazioni dei consulenti tedeschi, attese nei mesi scorsi, non sono ancora state depositate: la procuratrice Antonelli ha spiegato che le attività «sono numerose e complesse» e che potrebbero essere necessarie proroghe. In attesa di quei documenti, gli investigatori continuano a lavorare su dispositivi elettronici, reperti e testimonianze, mettendo a confronto ogni singola dichiarazione.
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