La sfida dei Pasdaran: “Uccideremo Netanyahu” e l’attacco con missili alla base di Al Dhafra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, ha rotto gli indugi in una maniera che non lascia spazio a molte interpretazioni, rivendicando un’azione offensiva condotta con precisione contro la base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti, un hub militare di rilevanza strategica utilizzato dalle forze statunitensi. L’operazione, battezzata “Onda 53” secondo quanto riportato dal dipartimento di pubbliche relazioni dell’IRGC, avrebbe visto il lancio combinato di dieci missili, una salva che includeva vettori ipersonici Fatah e Qadr, supportati da droni definiti “distruttivi”, tutti diretti contro quelle che Teheran descrive come le forze dell’“esercito terroristico statunitense” presenti nella struttura. L’obiettivo dichiarato, stando alla nota ufficiale, era colpire l’apparato di supporto informativo americano, un chiaro riferimento al ruolo di intelligence e coordinamento che gli Stati Uniti svolgono nella regione. Non è un mistero, del resto, che Al Dhafra rappresenti un tassello fondamentale per la proiezione di potenza a stelle e strisce nel Golfo, e le immagini satellitari analizzate nelle ore successive hanno mostrato impatti su hangar che ospitavano droni strategici MQ-4C Triton e MQ-9 Reaper, oltre a velivoli Saab GlobalEye di proprietà emiratina, sollevando interrogativi sull’entità reale dei danni inflitti.

La trappola di Hormuz e la risposta di Washington sull’isola di Kharg

Lo scenario bellico, ormai, ha il suo baricentro inchiodato alle acque e alle infrastrutture del Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz che si configura come la vera e propria strettoia strategica del conflitto. Venerdì sera, Donald Trump ha ordinato attacchi contro le installazioni militari poste a protezione dell’isola di Kharg, un lembo di terra al largo delle coste iraniane che incarna il polmone economico della Repubblica Islamica, gestendo la stragrande maggioranza del suo export petrolifero. Il presidente americano, nel comunicare l’esito dell’operazione, ha specificato di aver limitato i raid alle sole strutture militari, ma il messaggio lanciato contestualmente non è passato inosservato: ha infatti avvertito Teheran che se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto al transito delle petroliere, l’amministrazione potrebbe rivedere le proprie decisioni e ordinare la distruzione delle infrastrutture energetiche dell’isola. Una minaccia esplicita, quest’ultima, che va a braccetto con la richiesta, già formalizzata, rivolta ad altre nazioni dipendenti da quel passaggio marittimo di contribuire con proprie navi da guerra a una coalizione per la sicurezza, un appello che Trump ha rilanciato anche attraverso i suoi canali social, menzionando Cina, Giappone, Corea del Sud e diverse potenze europee.

Le accuse di Araghchi agli Emirati e la tensione diplomatica

Sul fronte diplomatico, la tensione ha raggiunto livelli di guardia anche nei rapporti tra Iran e Stati vicini. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha puntato il dito contro Abu Dhabi, accusando gli Emirati Arabi Uniti di aver concesso agli Stati Uniti l’utilizzo del proprio territorio per lanciare gli attacchi contro le isole di Kharg e di Abu Musa. Secondo le ricostruzioni filtrate dai media iraniani, i raid sarebbero partiti da basi situate a Ras al-Khaimah e da un’altra località descritta come prossima a Dubai, una mossa che Araghchi ha bollato come “pericolosa”. La replica emiratina non si è fatta attendere: Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente Mohamed bin Zayed, ha definito le dichiarazioni di Teheran il frutto di una “politica confusa”, ribadendo il diritto degli Emirati all’autodifesa pur sottolineando lo sforzo di mantenere un approccio improntato alla ragione e alla diplomazia per favorire una via d’uscita dalla crisi. In questo clima rovente, la guerra ha già prodotto i suoi primi effetti collaterali sul piano civile e sportivo: forti esplosioni sono state udite a Manama, in Bahrein, mentre la Formula 1 è stata costretta ad annullare i Gran Premi in programma in Bahrein e in Arabia Saudita, un segnale inequivocabile di come l’instabilità stia investendo l’intera regione.

La caccia a Netanyahu e la questione del petrolio russo

Parallelamente alle azioni militari, i Pasdaran hanno alzato il tiro anche sul piano retorico e politico, lanciando una minaccia diretta e personale nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu. In un comunicato diffuso dall’agenzia Fars, le Guardie Rivoluzionarie hanno parlato dell’“incertezza sul destino del criminale Primo Ministro sionista”, promettendo che, se questi fosse ancora in vita, gli avrebbero dato la caccia per ucciderlo con tutte le loro forze, usando espressioni di una durezza che non lascia presagire scenari di distensione. La nota rivendicava inoltre la distruzione di obiettivi in territorio israeliano e in tre basi americane nella regione, in quella che è stata definita una “vendetta di sangue” per i martiri iraniani. In questo quadro già complesso si inserisce infine una mossa di Washington che ha del sorprendente: interpellato sulla decisione di revocare temporaneamente alcune sanzioni sul petrolio russo, Trump ha motivato la scelta con la necessità di garantire l’approvvigionamento energetico globale in un momento di prezzi impennati, specificando però che si tratta di una sospensione legata all’emergenza e che le misure restrittive torneranno in vigore non appena la crisi sarà rientrata.

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