Raid Usa in Iran e rappresaglia dei Pasdaran, Netanyahu ordina nuovi attacchi su Beirut

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesima ondata di violenza ha travolto il Medio Oriente nel corso dell’ultimo fine settimana, laddove gli attacchi militari statunitensi contro infrastrutture strategiche iraniane hanno innescato una dura rappresaglia da parte dei Pasdaran, una reazione che peraltro ha finito per coinvolgere direttamente il Kuwait, colpito da una salva di missili e droni.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom) ha dichiarato di aver condotto operazioni “difensive e mirate” – così le hanno definite – su siti radar e centri di comando per droni situati nella regione di Goruk e sull’isola di Qeshm; una decisione, quella di Washington, giustificata con l’abbattimento di un drone MQ-1 statunitense, il quale, stando alla ricostruzione americana, stava operando in acque internazionali quando è stato intercettato.

Di contro, le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno rivendicato la distruzione di una base aerea da cui, a loro dire, sarebbe partito l’attacco contro una torre di telecomunicazioni nell’isola di Sirik, una struttura situata nella provincia di Hormozgan, non lontano dal cruciale stretto che porta quel nome.

L'escalation militare e il fronte libanese

Se il confronto diretto tra Teheran e Washington si inasprisce, il fronte libanese non è certo da meno, anzi, mostra segnali di una pericolosa espansione delle ostilità.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in una nota congiunta con il ministro della Difesa Israel Katz, ha affermato di aver ordinato alle Forze di Difesa Israeliane (Idf) di colpire obiettivi “terroristici” nel quartiere Dahiyeh di Beirut, una roccaforte di Hezbollah; una scelta, quest’ultima, giustificata con le “ripetute violazioni del cessate il fuoco” da parte del movimento sciita e con i razzi lanciati contro le città dello Stato ebraico.

Sul terreno, l’esercito israeliano ha annunciato di aver conquistato il castello di Beaufort, una fortezza storica nel Sud del Libano che offre un vantaggio tattico notevole, mentre le colonne blindate sembrano aver tagliato in due il paese dei cedri avanzando oltre il fiume Litani; Netanyahu ha parlato di una “svolta drammatica” nella politica di sicurezza, rivendicando la decisione di colpire il cuore della capitale libanese nonostante i ripetuti tentativi diplomatici in corso.

La partita diplomatica sul nucleare e le condizioni di Trump

Sullo sfondo di questa carneficina, i negoziati per tentare di arginare il conflitto procedono a rilento, complicati dalle posizioni intransigenti della Casa Bianca. Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da oltre un anno, ha inviato a Teheran una controproposta contenente emendamenti definiti da fonti statunitensi come “piuttosto significativi” – una mossa che irrigidisce ulteriormente i termini del discusso memorandum per porre fine alla guerra.

Il presidente americano, come riportano i media, ha chiesto garanzie più dure sullo smantellamento delle scorte di uranio e ha espresso perplessità sullo sblocco di fondi a favore dell’Iran, temendo di ripetere gli errori che, a suo giudizio, commise l’amministrazione Obama con l’accordo sul nucleare di oltre un decennio fa.

Nonostante ciò, Trump ha scritto su Truth Social che “l’Iran vuole davvero raggiungere un accordo” e che l’intesa “sarà buona per gli Stati Uniti e per i nostri alleati”, approfittando dell’occasione per attaccare duramente i democratici e alcuni esponenti repubblicani – definiti “apparentemente antipatriottici” – accusandoli di ostacolare la sua linea negoziale con continue pressioni pubbliche.

La diffidenza di Teheran e la posizione di Israele

Dall’altra parte, la Repubblica Islamica non ha mostrato alcuna intenzione di cedere alle pressioni, anzi, ha ribadito la propria diffidenza nei confronti di una controparte considerata inaffidabile. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che “in questa fase” l’obiettivo prioritario è porre fine alla guerra e che non sono stati avviati negoziati veri e propri sui dettagli della questione nucleare, smentendo di fatto le rassicurazioni di Trump.

L’addio alla fiducia reciproca è stato sancito anche dal presidente del parlamento, Mohammad Baqer Ghalibaf, il quale ha affermato senza mezzi termini che non si può credere alle “parole e promesse del nemico”, mentre i media vicini al regime hanno precisato che gli emendamenti proposti da Washington non sono ancora stati accettati e che Teheran sta lavorando a una propria bozza di risposta.

Nel frattempo, il ministro della Difesa israeliano Katz ha ammonito che non ci sarà pace a Beirut finché Hezbollah non cesserà le ostilità, un avvertimento che trasforma la capitale libanese in un ulteriore teatro di una guerra dai contorni sempre più indefiniti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.