Iran, la tenaglia del Pentagono per fermare i Pasdaran
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Redazione Esteri
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Il Comando centrale degli Stati Uniti, il Centcom, ha messo a punto un dispositivo militare senza precedenti nello Stretto di Hormuz: circa quindicimila uomini, già predisposti per entrare in azione, costituiscono il nerbo dell’operazione Project Freedom, una sfida diretta ai Pasdaran e alla loro flotta di barchini. A questi effettivi si aggiungono navi – in particolare cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, vere e proprie fortezze galleggianti –, un centinaio tra aerei ed elicotteri, senza dimenticare i sistemi di sorveglianza marittima e i droni che scandagliano i cieli. Quel che rende l’operazione particolarmente incisiva, quasi letale, è la modifica delle regole di ingaggio: le forze statunitensi hanno ora l’autorizzazione a sparare direttamente contro i barchini dei Pasdaran, senza le tradizionali fasi di avvistamento e dissuasione.
Tre round di allarmi sugli Emirati e lo Stretto in fiamme
Da Gerusalemme arrivano echi inquietanti: tre distinti allarmi missilistici hanno squarciato il silenzio sugli Emirati Arabi Uniti, il paese che – assieme a Israele – ha pagato il prezzo più alto nella risposta iraniana all’attacco congiunto Usa-Israele del 28 febbraio. Le sirene hanno suonato di mattina, poi all’ora di pranzo, infine di sera; una sequenza che ha riportato indietro l’orologio della tregua, quella fragile pausa che per poche settimane aveva concesso un po’ di respiro al Medio Oriente. Oltre una dozzina di missili – il conteggio esatto resta avvolto nel riserbo militare – sono caduti in prossimità di obiettivi sensibili, mentre i barchini di Teheran, bersaglio dichiarato del Project Freedom, sono stati colpiti duramente e adesso giacono a picco. Lo scenario, insomma, si è riacceso con violenza: i missili tornano a cadere sugli Emirati, e lo Stretto torna a essere un polveriera.
Trump forza il blocco navale: “Se ci colpisce, lo rado al suolo”
Da New York, e precisamente dagli studi di Fox News, Donald Trump ha scandito la sua posizione senza mezzi termini. Sta a lui, ha spiegato, decidere se trasformare gli scontri di ieri – quelli che hanno visto il Pentagono attivare le nuove regole di ingaggio – in una nuova ondata di attacchi contro la Repubblica islamica, magari con l’obiettivo di far cadere il regime. L’alternativa, altrettanto chiara, è continuare a usare la leva militare per piegare gli ayatollah al tavolo delle trattative, costringendoli ad accettare il suo piano per la pace. «Se l’Iran attacca anche solo una nave americana – ha ribadito più tardi alla Casa Bianca – sparirà dalla faccia della terra». Eppure, quasi a voler dosare la tensione, lo stesso presidente ha definito il conflitto in corso una “mini-guerra”, sostenendo che Teheran non ha più una marina né un’aeronautica funzionanti.
Guerra di comunicazione e controllo conteso dello Stretto
Sia Teheran che Washington rivendicano il controllo dello Stretto di Hormuz, un fazzoletto d’acqua cruciale per i traffici petroliferi mondiali. I Pasdaran, dal canto loro, assicurano che risponderanno in modo “duro” a ogni violazione; gli Stati Uniti, con il Project Freedom, hanno già mostrato i muscoli. L’operazione, stando alle prime indicazioni del Centcom, si fonda su una sorveglianza a tappeto – marittima e aerea – e su una prontezza di fuoco che elimina i vecchi margini di tolleranza. I cacciatorpediniere Arleigh Burke, dotati di sistemi Aegis, pattugliano le acque mentre i droni trasmettono in tempo reale ogni movimento dei barchini. Chi sbaglia rotta, ormai, lo paga subito.




