Iran, scontro tra pasdaran e clero sull'elezione della Guida suprema
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Redazione Esteri
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Il silenzio che avvolge Teheran, un silenzio rotto solo dal rombo lontano dei caccia e dalle esplosioni degli ultimi raid, non riguarda soltanto le sorti del conflitto appena iniziato ma, e forse soprattutto, il futuro assetto istituzionale della Repubblica Islamica. A quattro giorni dalla morte di Ali Khamenei, ucciso nel massiccio attacco a sorpresa sferrato da Stati Uniti e Israele, il nome del nuovo Rais, della nuova Guida suprema, deve ancora essere ufficializzato, e questo stallo racconta molto più di qualsiasi comunicato ufficiale le profonde spaccature che attraversano il regime.
Dall’Assemblea degli Esperti, l’organismo di 88 chierici che secondo la costituzione ha il compito di eleggere il successore, era inizialmente filtrata l’indicazione di un nome, quello di Mojtaba Khamenei, figlio secondogenito del leader ucciso e da tempo considerato una figura potente ma nell’ombra, capace di tessere relazioni solide con i pasdaran e di muoversi agilmente negli ingranaggi del potere. La sua candidatura, caldeggiata con forza dal delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che in lui vedrebbero una continuità operativa e gestionale indispensabile in piena guerra, avrebbe dovuto ricevere una ratifica formale già giovedì, nel corso di una riunione in videoconferenza convocata per ragioni di sicurezza dopo che i raid israeliani hanno centrato e distrutto il luogo dove i giuristi erano soliti riunirsi a Qom.
Ma quella ratifica non è arrivata, e il motivo, a sentire alcune fonti interne all’Assemblea citate dai media dell'opposizione, risiederebbe in una forma di opposizione trasversale e inaspettatamente coriacea da parte di una fronda di religiosi. Costoro, una dozzina secondo alcune stime, avrebbero contestato la metodica, un'elezione imposta sotto la pressione delle baionette dei pasdaran, ma soprattutto avrebbero sollevato un'obiezione di principio, un tabù che la Repubblica Islamica aveva cercato di seppellire con la monarchia dei Pahlavi: il nepotismo, la trasmissione ereditaria della più alta carica religiosa e politica del paese.
L’accusa, pesantissima nel contesto ideologico iraniano, è che spingere per Mojtaba Khamenei significhi trasformare la Guida suprema in una sorta di monarchia clericale, un sistema dinastico che tradirebbe lo spirito stesso della rivoluzione del 1979. I religiosi dissidenti, forti anche di un retaggio culturale che vede con sospetto la concentrazione del potere in una sola famiglia, avrebbero fatto notare come lo stesso Ali Khamenei, in vita, non avesse mai gradito che si parlasse di suo figlio come di un erede, e avrebbero sottolineato come Mojtaba, pur essendo un mullah di medio rango, non possieda quel curriculum di studi e quella statura giurisprudenziale che la tradizione sciita richiederebbe a un “Vali-ye Faqih”, a un giurisperito con diritto di tutela sulla comunità dei credenti. È una disputa che va ben oltre la semplice scelta di un nome e che affonda le radici nella definizione stessa della natura del potere in Iran.
Se i pasdaran, la “seconda generazione” della rivoluzione composta da militari e tecnocrati della sicurezza, premono per una leadership forte e operativa, incarnata da Mojtaba che loro considerano l’uomo più adatto a coordinare lo sforzo bellico e a gestire l’impero economico del padre, un patrimonio stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari controllato attraverso fondazioni come Setad, dall’altra parte il clero tradizionale, quello dei grandi ayatollah con base a Qom, teme di essere definitivamente estromesso da qualsiasi reale peso decisionale, ridotto a mero ornamento di un potere oramai saldamente in mano ai militari. La spinta dei pasdaran, che vorrebbero una Guida a loro vicina per blindare il controllo del paese e portare avanti una linea di intransigente durezza contro l'Occidente, si scontra dunque con la resistenza di chi vorrebbe preservare almeno la forma, se non la sostanza, del primato della legge religiosa su quella della spada.




