Guerra in Iran, la macchina repressiva dei pasdaran e il nuovo avvertimento ai manifestanti
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Redazione Esteri
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Mentre le esplosioni continuano a scuotere Teheran per la quindicesima giornata consecutiva, con gli Stati Uniti e Israele che intensificano la campagna di bombardamenti contro obiettivi militari e infrastrutturali della Repubblica islamica -5-8, il regime degli ayatollah lancia un messaggio chiaro e minaccioso all'opposizione interna. I pasdaran, ovvero i Guardiani della Rivoluzione, il Corpo d'élite incaricato di difendere il sistema teocratico e reprimere il dissenso, hanno diffuso un avvertimento che non lascia spazio a interpretazioni: chiunque scenda in strada per protestare, chiunque osi sfidare l'autorità costituita, rischia un colpo ancora più duro di quello dell'8 gennaio. Un riferimento, quest'ultimo, alle migliaia di persone che persero la vita nelle sommosse popolari di inizio anno, un bagno di sangue che aveva già fatto accendere i riflettori internazionali sulla brutalità della milizia Basij, il braccio armato dei pasdaran specializzato nella guerriglia urbana e nel controllo delle folle.
Il timore della rivolta e il controllo del territorio
È il timore che le strade tornino a riempirsi, come accadde tra dicembre e gennaio, a tenere desta l'attenzione dei vertici di Teheran. Non appena si fiuta aria di malcontento, non appena il rombo degli aerei lascia spazio al silenzio carico di tensione delle macerie, la risposta è un immediato e secco "non ci provate". La leadership, indebolita dalla morte del suo storico leader e dalle crescenti difficoltà belliche, non può permettersi un fronte interno in fiamme. E così, mentre i bilanci ufficiali parlano di migliaia di vittime e di oltre 17.000 feriti tra la popolazione civile a causa dei raid stranieri, il messaggio del regime si concentra sulla necessità di preservare l'ordine pubblico a tutti i costi, anche a costo di scatenare una nuova ondata di violenza di Stato.
La situazione umanitaria, del resto, potrebbe essere la miccia capace di innescare una sollevazione popolare. Con oltre tre milioni di sfollati interni, città ridotte in macerie, blackout internet che impediscono la comunicazione e la raccolta di informazioni veritiere, e il pane già razionato in molte province, la popolazione è stremata. I racconti che filtrano da Kermanshah e da altre città descrivono un esodo massiccio dalle aree più colpite verso regioni ritenute più sicure, un movimento di persone che mette a dura prova le risorse già scarse di viveri e medicinali, con i prezzi che raddoppiano e la tensione sociale che sale inesorabilmente. In questo contesto di disperazione, il tentativo del governo è di incanalare la rabbia verso il nemico esterno, organizzando manifestazioni di piazza con cori contro America e Israele -5-8, ma la paura che la protesta degeneri in rivolta politica è palpabile.
La repressione come strumento di sopravvivenza
La memoria corre all'8 gennaio, data simbolo di una repressione feroce che, secondo fonti dell'esilio, avrebbe causato decine di migliaia di morti. I pasdaran, nel loro ultimatum, evocano proprio quel giorno come monito. "Un colpo ancora più duro" significa, nella loro ottica, non esitare un istante a usare le mitragliatrici contro i manifestanti, come del resto ha riconosciuto lo stesso presidente americano Donald Trump in una recente intervista, parlando delle difficoltà oggettive per un popolo inerme di ribellarsi a un regime che spara per uccidere. La milizia Basij, forte di circa un milione di effettivi, è l'arma puntata alla tempia della nazione, pronta a colpire chiunque osi mettere in discussione il potere.
Mentre all'estero, medici e professionisti di origine iraniana si mobilitano per offrire supporto a distanza ai feriti e ai dissidenti, denunciando la trasformazione della medicina in uno strumento di oppressione e l'incarcerazione di colleghi che hanno curato i manifestanti -4, all'interno dei confini la macchina repressiva si tiene pronta a colpire. L'avvertimento dei Guardiani della Rivoluzione, diffuso in un momento in cui l'esercito regolare e le infrastrutture critiche sono sotto il fuoco nemico, dimostra come la priorità assoluta per Teheran rimanga la sopravvivenza del regime, anche a costo di trasformare il paese in un'enorme trappola per topi dove la popolazione è al contempo ostaggio e bersaglio. La tensione è altissima, e ogni nuovo attacco potrebbe diventare la scintilla che i pasdaran vogliono a tutti i costi spegnere nel sangue.




