L'ombra di Vahidi sul nuovo corso dei Pasdaran
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Redazione Esteri
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La Repubblica Islamica dell'Iran, nel bel mezzo di una tempesta bellica senza precedenti che ha visto l'eliminazione fisica della sua Guida Suprema e dell'intero vertice militare, ha ricomposto in poche ore i pezzi del suo mosaico di potere, e l'uomo scelto per impugnare le redini dei Guardiani della Rivoluzione, il Corpo d'élite dei Pasdaran, è Ahmad Vahidi, una figura che incarna la simbiosi perfetta tra l'apparato di intelligence, la repressione interna e la proiezione terroristica all'estero. La successione, annunciata dagli organi di stampa vicini al regime dopo l'uccisione del generale Mohammad Pakpour nell'operazione congiunta israelo-americana, non rappresenta una cesura, bensì la naturale continuità di una linea dura che da decenni plasma le strategie di Teheran.
Nato a Shiraz nel 1958, Vahidi non è un volto nuovo per chi studia le pieghe più oscure della sicurezza iraniana. Arruolatosi nei Pasdaran l'anno stesso della rivoluzione khomeinista del 1979, costruì la sua carriera nei ranghi dell'intelligence, diventando una delle menti operative più fidate prima sotto la supervisione di Mohsen Rezai e poi gettando le basi, assieme ad altri, del Ministero dell'Intelligence. La sua ascesa, però, è legata indissolubilmente alla fondazione e al primo comando della Forza Quds, la branca dei Guardiani deputata alle operazioni extraterritoriali, un incarico che avrebbe poi ceduto al leggendario Qassem Soleimani, ma non prima di averne tracciato la filosofia operativa.
È in quella veste, quella di architetto del terrore esportato, che il nome di Vahidi si macchia di una delle pagine più sanguinose nella storia dell'Argentina e della comunità ebraica latinoamericana. La giustizia di Buenos Aires lo indica come uno dei mentori dell'attentato del 1994 contro la sede dell'Associazione Mutualista Israelita Argentina (AMIA), l'esplosione di un'autobomba che rase al suolo l'edificio uccidendo ottantacinque persone e ferendone centinaia. Per quel massacro, sull'uomo pende dal 2007 una "red notice" della Interpol, una richiesta di cattura internazionale che non ne ha mai limitato la carriera in patria, anzi. Nominato ministro della Difesa durante la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad e successivamente ministro dell'Interno con Ebrahim Raisi, Vahidi ha accumulato esperienza e potere, gestendo settori strategici come lo sviluppo missilistico e, parallelamente, il pugno di ferro contro il dissenso interno.
Un veterano della repressione alla guida dello Stato nello Stato
La sua nomina, però, non può essere letta come un semplice avanzamento di carriera. Avviene in un contesto di decapitazione totale del vertice, dove insieme a Pakpour hanno perso la vita anche la Guida Ali Khamenei e il capo di Stato maggiore delle Forze armate. Vahidi, che era il vice di Pakpour, si trova ora a gestire non solo un militare, ma un vero e proprio Stato parallelo. I Pasdaran, infatti, non sono semplicemente delle forze armate: controllano un impero economico che fa capo al conglomerato Khatam al-Anbiya, dispongono di proprie forze navali, terrestri e aerospaziali, e gestiscono le milizie Basij, utilizzate per soffocare nel sangue qualsiasi protesta popolare. Sono stati proprio i metodi brutali impiegati sotto la sua supervisione, o comunque con la sua benedizione politica, contro le manifestazioni del movimento "Donna, Vita, Libertà" e quelle successive, ad avergli valso le sanzioni personali da parte degli Stati Uniti, che lo hanno sempre considerato un falco pericoloso.
Con la scomparsa di Khamenei, il quadro istituzionale iraniano è entrato in una fase di provvisoria e complessa transizione, affidata a un consiglio di tre membri, ma sono i comandanti sul campo come Vahidi a detenere ora la reale capacità di iniziativa militare. La scelta di puntare su di lui, un individuo con un mandato di cattura internazionale per terrorismo e con un curriculum di spietata efficienza nella sicurezza, lancia un segnale preciso sia all'interno che all'esterno: il regime, nella sua ora più buia, si affida agli uomini che ne hanno forgiato l'anima più settaria e violenta. Non si tratta, quindi, solo di una nomina tecnica per colmare un vuoto, ma della presa di possesso del timone da parte di quella corrente che considera la sopravvivenza della Rivoluzione e la sua proiezione offensiva come obiettivi inscindibili, anche a costo di un isolamento internazionale ormai quasi totale, testimoniato anche dalla recente designazione dei Pasdaran come organizzazione terroristica da parte dell'Unione Europea.
Il nuovo comandante si trova a dover orchestrare la risposta iraniana a quella che Teheran ha definito un'aggressione senza precedenti, in un clima di promesse di ritorsioni "mai viste prima". La sua lunga ombra, che unisce l'esperienza sul campo in Libano e Siria alla regia di attentati oltreoceano e alla repressione interna, cala ora su un apparato militarizzato che, in assenza di una chiara leadership politica, potrebbe vedere nei Pasdaran non solo il braccio armato, ma l'unico vero centro decisionale rimasto in piedi. Vahidi, insomma, è il prodotto perfetto di quel sistema che ora è chiamato a difendere e, forse, a rifondare dalle ceneri dei bombardamenti.




