Il nuovo leader iraniano, Mojtaba Khamenei, è un burattino dei Pasdaran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione in Medio Oriente non accenna a diminuire, anzi, le dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, rilasciate durante la sua prima conferenza stampa dall'inizio dell'offensiva contro l'Iran, gettano benzina sul fuoco di un conflitto già incandescente. Netanyahu, con il tono deciso che lo contraddistingue, ha definito il nuovo leader iraniano, Mojtaba Khamenei, null’altro che un “burattino dei Guardiani della rivoluzione”, aggiungendo un dettaglio non trascurabile: il figlio dell'ayatollah, che ha ereditato la guida del Paese dopo la morte del padre, non sarebbe nemmeno in grado di mostrare il proprio volto in pubblico. Una affermazione, quest'ultima, che trova un inquietante riscontro in quanto emerso nelle stesse ore da fonti diplomatiche, le quali confermerebbero che Mojtaba Khamenei, il quale non si è ancora mostrato in pubblico, sarebbe rimasto ferito nel corso dei bombardamenti che hanno colpito Teheran nelle settimane scorse, gettando ulteriore ombra sulla stabilità del nuovo esecutivo iraniano.

Mentre Netanyahu, forte dell'appoggio dell'amministrazione Trump, rilanciava la sua offensiva verbale, sul terreno la situazione militare si faceva sempre più complessa e frammentata. La replica dell'Iran non si è fatta attendere e ha assunto le forme di una strategia articolata e per certi versi preoccupante, volta a colpire gli interessi occidentali in un'area geografica vasta. Oltre alle due petroliere, tra cui una di proprietà statunitense, che sono state incendiate nelle acque antistanti il porto iracheno di Bassora, l'attenzione si è spostata anche su altri teatri del Golfo. In Bahrein, le fiamme hanno avvolto serbatoi di carburante nei pressi dell'aeroporto internazionale, con una nube di fumo talmente densa da costringere le autorità locali a raccomandare alla popolazione di tenere le finestre rigorosamente chiuse per evitare problemi respiratori, mentre l'Oman combatteva contro gli incendi divampati nel suo porto. Un quadro di guerriglia asimmetrica che punta a destabilizzare l'intera regione e a mandare un messaggio chiaro agli alleati degli Stati Uniti.

Il fronte iracheno e l'incolumità dei militari italiani

In questo scenario di attacchi diffusi, un episodio ha riguardato direttamente il nostro Paese. Un missile, la cui esatta matrice è ancora oggetto di verifiche da parte degli inquirenti, ha colpito l'area della base militare italiana situata a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è stato tempestivo nel comunicare che, fortunatamente, tutti i militari italiani presenti nella struttura erano al sicuro e avevano trovato riparo nei bunker, e che non si registravano vittime né feriti tra i nostri connazionali. Resta, al momento, l'incertezza sulla provenienza del colpo: non è chiaro, infatti, se si sia trattato di un missile lanciato direttamente dall'Iran o se l'attacco sia stato invece portato da milizie filo-iraniane attive nella zona, un dubbio che aggiunge un ulteriore livello di complessità a una situazione già di per sé estremamente volatile.

I dubbi sulla successione e il silenzio della nuova guida

La figura di Mojtaba Khamenei, al centro delle critiche di Netanyahu, è avvolta da un alone di mistero che alimenta le speculazioni sulla tenuta del regime. La premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, attivista per i diritti umani da sempre in prima linea contro il regime di Teheran, ha avanzato un'ipotesi che getta un'ombra ancora più cupa sul futuro della Repubblica Islamica: secondo Ebadi, le condizioni di salute del nuovo leader sarebbero talmente gravi da portarla a dichiarare, in un'intervista, che a suo avviso Mojtaba Khamenei potrebbe addirittura essere morto, e che il regime starebbe abilmente occultando questa informazione per non far comprendere alla popolazione che il Paese, in un momento tanto critico, si ritrova di fatto privo di una guida. Ebadi ha anche commentato con amarezza la retorica del nuovo corso, sottolineando come nel messaggio attribuito a Mojtaba non vi fosse alcuna novità sostanziale, ma solo la ripetizione di uno schema di dichiarazioni che va avanti ormai da quarantasette anni, dall'inizio della rivoluzione, e che non offre alcuna prospettiva di cambiamento o di dialogo. Un silenzio, quello del nuovo leader, che in un frangente di guerra potrebbe pesare come un macigno sulla capacità del Paese di reagire in modo coeso.

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