Bunker, pasdaran e “I Miserabili”: gli intrighi del fantasma Khamenei
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Redazione Esteri
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Israele lo ha dichiarato obiettivo numero uno, e da allora Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran, si è trasformato in un fantasma. Vive rintanato nel Beit al-Rahbar, il complesso fortificato di Teheran che, nonostante i ripetuti bombardamenti, rimane il centro del suo potere. La sua storia, però, è fatta di ombre e contraddizioni: cresciuto in una famiglia benestante, da giovane suonava il santur per intrattenere l’élite della capitale, prima che l’incontro con Khomeini lo trasformasse in un uomo di ferro. La passione per Victor Hugo, che leggeva in clandestinità, non ha mitigato l’astuzia spietata che gli è valsa soprannomi come "il serpente". Un’astuzia che gli ha permesso di sopravvivere a un attentato – una bomba nascosta in un registratore gli costò l’uso del braccio destro – e di consolidare il controllo su un regime sempre più autoritario.
Mentre i pasdaran, i guardiani della rivoluzione, si preparano a eventuali ritorsioni, Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace e voce critica del regime, osserva da un rifugio nel nord del paese. "La guerra non porterà democrazia", afferma, sottolineando come il conflitto rafforzi il pugno di ferro degli ayatollah. "Il governo sopravviverà a ogni costo, anche a spese del popolo". Le sue parole risuonano come un monito in un momento in cui la tensione tra Iran e Israele rischia di trascinare il Medio Oriente in una spirale di violenza senza precedenti.




