Teheran, il potere dopo la decapitazione: Ghalibaf, i Pasdaran e il sistema poliarchico
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Redazione Esteri
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L’analisi della governance iraniana, in un momento storico segnato da un vuoto di vertice senza precedenti a seguito degli attacchi che hanno eliminato la Guida Suprema, rivela una struttura di potere frammentata ma tutt’altro che collassata. I media dei Paesi arabi del Golfo, in particolare il quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e l’emittente qatarina Al Jazeera, si interrogano sulla reale architettura decisionale di Teheran, e lo fanno convergendo su un punto cruciale: il potere non è più – e forse non è mai stato – concentrato in una sola figura carismatica. In questo quadro emergente, la figura di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento (il Majlis), assume i contorni di un nodo nevralgico, un “ponte” vivente tra le élite politiche, militari e religiose che tengono insieme lo Stato.
Ghalibaf, che vanta un background che spazia dal comando nelle Guardie rivoluzionarie durante la guerra Iran-Iraq fino alla carica di sindaco di Teheran per oltre un decennio, rappresenta l’archetipo del tecnocrate militare capace di muoversi con disinvoltura nei gangli del potere. La sua ascesa, in questa fase di pressione estrema, non è casuale. Con l’eliminazione di mediatori tradizionali e figure equilibrate come Ali Larijani, lo spazio per il compromesso si è ristretto, favorendo invece chi, come Ghalibaf, parla la lingua intransigente della rappresaglia e della mobilitazione. I suoi recenti interventi, diffusi anche tramite i social network, in cui minaccia “colpi devastanti” contro gli avversari dichiarando operativa l’equazione “occhio per occhio”, non sono solo retorica bellica, ma un tentativo di riempire il vuoto lasciato dai vertici decapitati con una leadership percepita come decisa e reattiva.
L’alleanza funzionale sotto il fuoco: Mojtaba, Pasdaran e la “polidittatura”
Se Ghalibaf emerge come la figura civile più visibile, la vera spina dorsale del sistema appare oggi costituita da un’alleanza funzionale nata sotto il fuoco della guerra. Al Jazeera descrive un meccanismo in cui il potere si è trasformato in un insieme di centri decisionali distribuiti. Da un lato, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader, garantisce la continuità simbolica e la legittimità religiosa, operando attraverso messaggi scritti che insistono sulla stabilità e sull’unità nazionale, fungendo da collante per la base ideologica. Dall’altro, e forse più determinante nel breve periodo, c’è il ruolo dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Gli analisti parlano di una struttura “idra”, che letteralmente fa crescere nuove teste man mano che quelle vecchie vengono tagliate: la gerarchia dei Pasdaran è costruita con piani di successione predefiniti fino a tre livelli inferiori, garantendo resilienza anche in caso di perdite devastanti tra i comandanti.
Questa configurazione, che alcuni studiosi definiscono “polidittatura”, rappresenta un’evoluzione deliberata rispetto ai modelli autoritari tradizionali. Non si tratta di una dittanza classica incentrata su un singolo dittatore, ma di un’alleanza tra sostenitori dell’Islam politico e un feroce nazionalismo iraniano, cementata da interessi economici condivisi. Il controllo esercitato dai Pasdaran su settori strategici dell’economia – dall’edilizia all’energia, passando per il traffico di petrolio – li rende non solo una forza militare, ma un attore economico autonomo, capace di sopravvivere anche senza finanziamenti statali diretti. In questo senso, il loro potere non è solo militare, ma strutturale: detengono le chiavi della sopravvivenza materiale del regime.
Tra teoria dei giochi e resistenza quotidiana: il dualismo della sopravvivenza
La complessità della situazione iraniana, osservata attraverso la lente della teoria dei giochi, offre ulteriori spunti per comprendere le dinamiche in atto. Se da un lato gli attacchi esterni mirano a un “decapitamento” strategico per innescare il caos e la resa, dall’altro la risposta iraniana – guidata dai Pasdaran e da figure come Ghalibaf – sembra orientata ad allargare il campo di gioco, trasformando la posta in gioco in un azzardo a somma zero. L’obiettivo dichiarato è dimostrare che la pressione esterna, invece di indebolire il fronte interno, ne radicalizza la coesione, alzando i costi del conflitto per gli avversari in termini di instabilità regionale e crisi energetiche, come dimostrano le tensioni nello Stretto di Hormuz.
Eppure, a questa resilienza dei vertici istituzionali e militari fa da contraltare un malessere profondo che serpeggia nella società civile. Il racconto di Sayeh, intellettuale e giornalista iraniana, fotografa un paradosso esistenziale: “Siamo circondati da tiranni: il regime, gli Stati Uniti e Israele. Ma se devo scegliere, sto dalla parte del mio Paese”. Una dichiarazione che sintetizza il dilemma di chi, pur detestando il regime, si trova costretto a fare quadrato di fronte all’aggressione estera. A questa complessità psicologica si aggiunge il dramma della diaspora. Storie come quella di Mahi Tavabeghavami, iraniana fuggita dopo due incarcerazioni e ora titolare a Parma di una attività di neuropilates, o quella di Adel, ricercatore universitario in Italia fuggito dopo anni di dispute accademiche, rivelano il costo umano di un sistema che espelle i suoi migliori talenti mentre trattiene i cittadini in una morsa di controllo ideologico e militare.
Il vuoto dei moderati e il linguaggio della rappresaglia
La morte di figure come Larijani, che rappresentavano un ponte tra le fazioni più intransigenti e le richieste di apertura, ha alterato pericolosamente l’equilibrio interno. Con la scomparsa di questi mediatori, lo spazio per soluzioni diplomatiche si è drasticamente ridotto, lasciando il campo libero a chi, come Ghalibaf, ha costruito la propria carriera sulla gestione della sicurezza e sulla retorica dello scontro. Il fatto che Ghalibaf sia stato uno dei firmatari della lettera di ammonimento contro il presidente riformista Khatami, chiedendo pugno duro contro le proteste studentesche, non è un dettaglio biografico, ma la testimonianza di una coerenza di metodo: la repressione come strumento di gestione del dissenso interno e la sfida come moneta di scambio nella politica estera.
Mentre i vertici del regime si affidano a questa struttura poliarchica per resistere all’urto militare, la popolazione subisce le conseguenze di una guerra che si combatte su più fronti. Le restrizioni economiche, la mobilitazione forzata e l’incertezza per il futuro spingono molti a cercare rifugio all’estero, come nel caso di Hadi Tiranvalipour, l’atleta iraniano accolto dalla Federazione Taekwondo italiana, che ha trovato nello sport una via di riscatto e integrazione lontano da Teheran. In questo scenario, la vera natura del potere iraniano si rivela per quello che è: un sistema ideologicamente coeso e militarmente armato, capace di resistere agli choc esterni grazie a una struttura decentrata, ma che paga il prezzo di questa sopravvivenza con la progressiva emorragia di capitale umano e con l’isolamento internazionale. I Pasdaran, da garanti della rivoluzione, si configurano sempre più come gli arbitri indiscussi di un futuro che, per ora, appare scritto con il linguaggio delle armi e delle rappresaglie.




