Il poker a Teheran: pasdaran, Pezeshkian e la successione impossibile

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita che si sta giocando a Teheran, in queste ore di bombardamenti e di diplomazia parallela, assomiglia sempre più a una mano di poker giocata da quattro soggetti con fiches e obiettivi diversissimi tra loro, legati però dallo stesso, identico, disperato obiettivo: la sopravvivenza. Da una parte c'è Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano che cerca di destreggiarsi tra le scuse formali ai Paesi del Golfo – un tentativo, il suo, di abbassare la temperatura e scongiurare un fronte arabo unito contro la Repubblica islamica – e la necessità di ribadire, per non perdere del tutto la faccia, che le basi americane nella regione restano «obiettivi legittimi» e che Teheran «non si arrenderà mai». Dall'altra, a fare da contraltare alle sue aperture (peraltro smentite sul campo dalla continuazione dei raid), c'è l'apparato dei pasdaran e la magistratura, che per bocca di Gholamhossein Mohseni Ejei hanno subito rimesso le cose in chiaro: gli attacchi continueranno contro chiunque si sia messo «a disposizione del nemico».

Il nodo della successione e il ruolo dei Guardiani

Ma il vero fulcro della tensione, ciò che rende questo scontro interno ancora più viscerale, è la successione alla Guida Suprema. Con la morte di Ali Khamenei, avvenuta il primo giorno del conflitto, l'Assemblea degli Esperti – quell'organismo di ottantotto religiosi – si è trovata a dover scegliere l'erede in una situazione di guerra aperta. E la scelta, a quanto emerge da fonti regionali, sembrerebbe essere ricaduta su Mojtaba Khamenei, il figlio del leader ucciso, nonostante le sue qualifiche religiose siano quelle di un religioso di medio rango (hojiatoleslam) e non di un ayatollah. Una mossa, questa, che rappresenta un rebus politico di non poco conto: da un lato garantirebbe la continuità della linea dura, dall'altro rischia di apparire come una successione dinastica, concetto antitetico ai principi stessi della rivoluzione del 1979 che rovesciò la monarchia dei Pahlavi.

Mojtaba, che gli Stati Uniti hanno già sanzionato nel 2019 per il suo ruolo di rappresentante occulto del padre, non ha mai ricoperto cariche pubbliche formali, eppure negli anni ha accumulato un potere immenso, agendo di fatto come una sorta di "vice" e punto di riferimento per i pasdaran e il vasto impero economico che controllano. La sua ascesa, se confermata, metterebbe il presidente Pezeshkian in una posizione ancora più scomoda: lui, che con le sue scuse ai vicini arabi cercava di comprare tempo per l'economia a pezzi, si ritroverebbe con un leader supremo che della linea dura e dello scontro con l'Occidente ha fatto la propria ragione di vita, e che considera la guerra permanente non un incidente di percorso, ma la condizione necessaria per la sopravvivenza del sistema.

La fragilità del consenso e la macchina repressiva

E qui si innesta la seconda parte della questione, quella che riguarda la tenuta sociale del regime. Perché se è vero che l'apparato dei pasdaran e i fedelissimi della Basij sono pronti a mobilitarsi – e ci sono, tra la gente, ancora sacche di sostegno ideologico, come quella dello studente universitario o del volontario che giurano fedeltà al nuovo leader – è altrettanto vero che questa base di consenso appare sempre più stretta. Negli ultimi anni, e in particolare con le proteste di gennaio, represse con un bagno di sangue, il malcontento popolare si è allargato a macchia d'olio. La differenza, oggi, è che la guerra potrebbe funzionare da collante per i fedelissimi, ma rischia anche di esasperare chi il regime lo subisce. I Basiji, un tempo avvantaggiati da prestiti agevolati e posti di lavoro, vedono ora un'economia in ginocchio e una prospettiva di ricostruzione che appare utopistica: «Non abbiamo più aeroporti, né porti, come pensano di ricostruire?», si chiede uno di loro, gettando un'ombra di realismo sulla retorica del martirio.

La strategia americana e l'incognita dell'escalation

In questo quadro già complesso si inserisce la strategia di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con l'idea di non limitarsi a contenere l'Iran, ma di smantellare l'architettura di potere costruita in quarant'anni di regime. Per il presidente americano, l'obiettivo non è solo la sicurezza di Israele, ma rimodellare l'intero interlocutore iraniano, rendendolo trattabile, magari parlando con i curdi o con altre minoranze etniche, come i baluchi e gli arabi del Khuzestan, per frammentare il Paese dall'interno. Una strategia che, però, si scontra con una realtà complessa: l'Iran del 2026 non è l'Iraq del 2003. Non ci sono folle in festa pronte ad accogliere gli americani come liberatori, e i gruppi di opposizione in esilio non hanno la forza né il radicamento per proporsi come governo alternativo. La stessa intelligence americana, in un rapporto riservato, avrebbe messo in guardia dall'illusione di poter rovesciare il potere clericale e militare con la sola forza militare.

Le contraddizioni interne e la posta in gioco

Il risultato di queste tensioni è un cortocircuito continuo nella leadership iraniana. Pezeshkian parla di de-escalation e Ghalibaf, il presidente del parlamento, rilancia che gli Stati che ospitano basi americane «non godranno della pace». I raid israeliani continuano a colpire depositi di petrolio e infrastrutture, e Teheran risponde lanciando missili su Dubai e sul Bahrein, rischiando di alienarsi definitivamente quei vicini con cui il presidente cercava invece una tregua. In tutto questo, il grande assente formale, ma presenza ingombrante, è proprio Mojtaba Khamenei, la cui nomina rappresenta per gli Stati Uniti il simbolo della continuità del regime e per i pasdaran la garanzia che non ci sarà alcuna deriva riformista. Una partita, insomma, in cui i quattro giocatori al tavolo – Trump, Netanyahu, Pezeshkian e Mojtaba – sanno che la posta in palio non è solo l'equilibrio regionale, ma la loro stessa sopravvivenza politica, e forse fisica.

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