Il paradosso di Teheran: Pezeshkian si scusa con i vicini mentre i Pasdaran li bombardano
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Redazione Esteri
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L’ottavo giorno di guerra aperta tra Iran e Israele, con gli Stati Uniti saldamente al fianco di quest’ultimo, si è aperto con una dichiarazione che avrebbe potuto segnare una svolta, salvo poi essere smentita dai fatti sul terreno nel giro di poche ore. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, in un messaggio registrato in fretta e diffuso dalla televisione di Stato, ha chiesto scusa a nome suo e della Repubblica Islamica ai Paesi del Golfo che sono stati presi di mira dai raid missilistici e con droni delle ultime giornate. Un gesto inedito, quello delle scuse formali, che Pezeshkian ha motivato spiegando che il consiglio di leadership ad interim – l’organo ristretto che gestisce il potere dopo la morte del defunto ayatollah Ali Khamenei – ha deciso di cessare gli attacchi contro le nazioni vicine, a patto che da quei territori non partano piú azioni ostili contro l’Iran. Una condizione, quest’ultima, che appare di difficile attuazione pratica, visto che proprio in quei Paesi sono ospitate basi militari statunitensi, considerate da Teheran obiettivi legittimi e fonti primarie di minaccia.
La dinamica degli eventi, tuttavia, ha immediatamente mostrato tutte le contraddizioni e le fragilità di un comando evidentemente frammentato. Nel momento stesso in cui il presidente parlava di distensione e rispetto della sovranità altrui, le difese aeree di Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti sono state nuovamente attivate per intercettare una nuova ondata di droni e missili in arrivo dall’Iran. I Guardiani della Rivoluzione, il d’élite che risponde direttamente alla Guida Suprema e non al presidente, hanno anzi rivendicato con orgoglio l’attacco condotto contro la base americana di Juffair, in Bahrain, presentandolo come una risposta immediata a un raid israelo-americano che avrebbe danneggiato un loro impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm. Il paradosso è totale: Pezeshkian tende una mano, e i Pasdaran gli mostrano il pugno chiuso, colpendo nel cuore del Golfo.
A rendere ancora più esplicita la spaccatura interna è intervenuto poche ore dopo il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, figura di primo piano nel panorama conservatore e membro del consiglio provvisorio di leadership. Con una dichiarazione che ha di fatto annullato le scuse presidenziali, Ejei ha affermato che le prove raccolte indicano come il territorio di alcuni Paesi della regione sia messo a disposizione del nemico, e che di conseguenza i pesanti attacchi contro questi obiettivi continueranno senza sosta. Una netta retromarcia che ha lasciato intendere come le parole di Pezeshkian non rappresentino una linea condivisa dall’intero apparato di potere, ma piuttosto il tentativo, forse personale, di limitare i danni diplomatici con i vicini arabi, le cui infrastrutture civili – inclusi aeroporti e quartieri residenziali – sono finite ripetutamente nel mirino.
Mentre Teheran dava spettacolo della propria disunione, Israele e Stati Uniti hanno proseguito senza tentennamenti la loro offensiva. Nella notte, l’aviazione israeliana ha colpito duramente la periferia occidentale di Teheran, danneggiando l’aeroporto domestico di Mehrabad e distruggendo diversi siti militari, inclusi depositi di missili e strutture legate alla produzione di combustibile solido per i vettori balistici. A Isfahan, dove si trovano importanti impianti nucleari e militari, nuove esplosioni hanno scosso la città. Donald Trump, dal canto suo, ha cavalcato l’onda delle scuse iraniane per ribadire la propria linea di assoluta intransigenza: il presidente americano ha parlato di una resa implicita da parte di Teheran e ha minacciato un’imminente escalation, annunciando l’intenzione di colpire obiettivi finora risparmiati, con l’obiettivo dichiarato di causare “distruzione completa”. Le parole di Trump, definite da Teheran una “errata interpretazione” delle proprie capacità, hanno di fatto chiuso la porta a qualsiasi fraintendimento sulla volontà americana di proseguire il conflitto.




