L’incubo dell’intelligence: «Cinquemila missili dei Pasdaran nascosti nel sottosuolo»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il reportaggio, che filtra dagli ambienti del Viminale a margine della recente Relazione annuale sulla sicurezza, dipinge uno scenario da incubo per gli equilibri in Medio Oriente. Fonti dell’intelligence italiana, due giorni fa, hanno lanciato l’allarme su un dato che farebbe tremare i polsi a qualsiasi analista: i Pasdaran, il Corpo d’élite della Repubblica Islamica, avrebbero a disposizione una quantità impressionante di armamenti stivati in basi sotterranee, forse cinquemila missili di varia gittata pronti all’uso. Si tratta di numeri che, se confermati, ridefinirebbero la percezione della minaccia iraniana, una minaccia che — come sottolineano i nostri 007 — l’opinione pubblica occidentale fatica a comprendere nella sua reale portata. L’intensità dei bombardamenti aerei che stanno martellando il Paese, con un utilizzo di razzi e munizioni definito "eccezionale", non è che la punta dell’iceberg di un conflitto che si combatte anche, e forse soprattutto, nel silenzio delle gallerie scavate nella roccia.

La guerra sotterranea e il calo dei lanci

E mentre Teheran continua a dichiarare la sua capacità di resistenza, i numeri diffusi dal Pentagono raccontano una verità diversa sul campo, almeno per quanto riguarda le azioni di superficie. Il dipartimento della Guerra americano ha certificato un crollo verticale dei lanci: quelli missilistici, rispetto al primo rovente giorno di scontri, sono diminuiti del novanta per cento, mentre i droni inviati verso obiettivi nemici — e nei primi giorni se ne contavano a migliaia — hanno fatto registrare un calo dell’ottantatré per cento. Una flessione che, secondo il Comando Centrale Usa, sarebbe la diretta conseguenza delle operazioni condotte dai bombardieri B-2 Spirit, capaci di sganciare ordigni penetratori da duemila libbre proprio contro le infrastrutture interrate dove i lanciatori vengono portati in superficie per colpire. L’ammiraglio Brad Cooper, alla guida del Centcom, ha parlato di quasi duecento bersagli centrati nelle ultime settantadue ore, un’attività che ha permesso di "dare la caccia agli ultimi lanciatori rimasti", anche se l’obiettivo dichiarato — seguendo le direttive della Casa Bianca — è quello di radere al suolo l’intera industria missilistica iraniana, colpendone la capacità di ricostruzione futura.

La risposta iraniana e il nuovo fronte navale

Sul terreno, però, la risposta di Teheran non si è fatta attendere, cercando di colpire gli interessi statunitensi e israeliani su molti fronti. Nonostante l’intercettazione della maggior parte dei vettori, come confermato dal generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore congiunto, alcune offensiva hanno raggiunto gli obiettivi, tra cui basi in Kuwait, Emirati Arabi e Bahrein, dove sarebbero stati colpiti centri di comando e controllo. Nelle ultime ore, poi, l’attenzione si è spostata in mare: un video diffuso dal Centcom mostra quella che definisce una "porta-droni" iraniana, una nave grande quanto una portaerei della Seconda guerra mondiale, in fiamme dopo essere stata centrata in pieno. L’attacco, che secondo le forze armate americane non si fermerà finché l’intera flotta di Teheran non sarà affondata, rappresenta un’escalation significativa nel controllo delle vie d’acqua del Golfo, già teatro di azioni con droni contro petroliere. Da parte iraniana, però, non è giunta alcuna conferma ufficiale sull’accaduto, né tantomeno dettagli sulle perdite complessive subite dall’inizio delle ostilità.

La logistica del conflitto e le riserve nascoste

Al centro di questo scontro, quindi, restano loro: le cosiddette "città dei missili". Si tratta di complessi di tunnel, spesso situati in prossimità di catene montuose come quelle vicino a Shiraz, Isfahan o Kermanshah, che ospitano non solo i missili ma anche i sistemi di lancio e le fabbriche per la produzione. L’intelligence occidentale ritiene che gran parte delle migliaia di ordigni in possesso dell’Iran siano custoditi in questi bunker, una scelta strategica che negli anni aveva garantito sopravvivenza e operatività. Oggi, però, proprio la necessità di uscire allo scoperto per lanciare si sta rivelando un tallone d’Achille: i droni e i satelliti tengono costantemente monitorati gli ingressi, e non appena un missile emerge dai silos scavati nel fianco delle montagne, diventa un bersaglio estremamente vulnerabile. Ecco allora che i dati diffusi da Washington, con la drastica riduzione dei lanci, potrebbero leggersi in due modi: da un lato come un’efficace azione di interdizione, dall’altro come la volontà di Teheran di preservare il grosso del suo arsenale — forse proprio quei cinquemila missili di cui parlano i nostri 007 — per una fase successiva del conflitto, qualora la sopravvivenza stessa del regime dovesse essere messa in discussione.

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