Iran, ucciso il capo dell’intelligence dei Pasdaran in un raid di Usa e Israele
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Redazione Esteri
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La notizia, diffusa attraverso un comunicato ufficiale del Corpo stesso delle Guardie della rivoluzione e ripresa dai media iraniani, conferma l’eliminazione di Seyed Majid Khademi, figura chiave dell’apparato di sicurezza e informazione militare del paese. L’operazione, che fonti concordanti attribuiscono a un’azione coordinata tra Stati Uniti e Israele, ha colpito un obiettivo di altissimo profilo all’interno dei Pasdaran, il corpo d’élite direttamente sottoposto alla guida suprema di Teheran. Khademi, il cui ruolo lo poneva al centro delle attività di controspionaggio e di pianificazione operativa regionale, rappresentava un bersaglio considerato prioritario nella strategia di “caccia mirata” più volte annunciata da Gerusalemme. La sua morte, insomma, non è un episodio isolato, bensì il tassello di una campagna che sembra seguire una logica precisa, quella di decapitare gradualmente i vertici della sicurezza iraniana.
Le dichiarazioni di Katz e la strategia israeliana
A rivendicare con toni espliciti l’azione – sebbene senza entrare nei dettagli operativi del raid – è stato Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, il quale, a margine di un vertice con il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, ha dichiarato senza mezzi termini: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Una frase, questa, che non lascia spazio ad ambiguità e che Katz ha ulteriormente contestualizzato accusando le Guardie Rivoluzionarie di sparare contro i civili, definendo al contempo gli stessi vertici di Teheran “leader dei terroristi”. «Noi stiamo eliminando i capi dei terroristi», ha aggiunto il ministro, citato dai media locali, in un passaggio che ribadisce la dottrina israeliana degli attacchi preventivi e selettivi. L’uccisione di Khademi, quindi, si inserisce in una narrazione ufficiale che rigetta qualsiasi equivalenza tra vittime militari e civili, spostando il fuoco sulla legittimità percepita dell’eliminazione di quelle che Israele considera menti operative del terrorismo.
Il bilancio dei raid e l’escalation di queste ore
L’impatto degli ultimi bombardamenti, tuttavia, non si è limitato all’obiettivo militare d’élite. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, e ripreso da agenzie internazionali, i pesanti raid condotti tra la notte e la mattina del 6 aprile hanno provocato un numero significativo di vittime tra la popolazione civile, portando il totale dei morti ad almeno 34. Un bilancio che, se confermato, aggraverebbe ulteriormente la tensione già altissima nella regione. Nel dettaglio, la provincia di Teheran avrebbe registrato 23 vittime, un numero che include – circostanza particolarmente drammatica – sei bambini. Più a sud, nella città santa di Qom, un’altra zona residenziale è stata colpita, causando cinque morti, mentre nella città meridionale di Bandar-e Lengeh si contano sei vittime aggiuntive. Si tratta, come è evidente, di un’escalation che ha travalicato i confini della cosiddetta “guerra ombra”, trasformandosi in un confronto aperto con conseguenze sul campo sempre più difficili da contenere.
Reazioni ufficiali e il contesto delle operazioni
Il comunicato dei Pasdaran, nel dare notizia della morte di Khademi, ha confermato l’attribuzione del raid a una azione congiunta di americani e israeliani, senza però fornire elementi aggiuntivi sulle modalità dell’attacco o sull’ubicazione esatta in cui è stato ucciso il capo dell’intelligence. Le Guardie della rivoluzione, dal canto loro, hanno subito inquadrato l’evento come un atto di guerra, aprendo scenari di possibile ritorsione che al momento restano confinati nelle dichiarazioni ufficiali. Va notato, peraltro, che l’uccisione arriva in un momento di particolare fragilità per l’Iran, già sotto pressione economica e politica. Donald Trump, tornato alla presidenza degli Stati Uniti, non ha ancora rilasciato dichiarazioni dirette sull’operazione, ma il suo precedente storico di massima pressione su Teheran suggerisce una continuità nell’approccio. Quanto ai tentativi diplomatici, un piano di pace proposto dal Pakistan – che prevedeva una tregua e l’apertura del canale di Hormuz – è stato respinto da Teheran, segno evidente che la finestra per una mediazione, almeno per ora, appare chiusa.




