Milano Design Week 2026, il caos organizzato del Fuorisalone tra file “finte” e campeggi per designer
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Che si sia veterani o alla prima esperienza, muoversi nel labirinto della Milano Design Week – la kermesse che da decenni trasforma il Salone del Mobile da semplice fiera a fenomeno urbano totale – richiede una mappa mentale che pochi posseggono. Se da un lato gli addetti ai lavori conoscono già le installazioni “imperdibili” e i percorsi più snelli per evitare la ressa, dall’altro ci siamo noi, quelli che vivono la settimana del design dall’interno, raccontando in tempo reale la trasformazione di una città intera. Quest’anno, tra le voci più autorevoli a cercare di dare un senso al caos c’è quella di Paolo Casati, co-founder di Fuorisalone.it, il quale ha voluto ridimensionare uno dei fenomeni più chiacchierati degli ultimi anni: le lunghissime code davanti alle installazioni diventate virali. «Le file? Sono un finto problema», ha dichiarato Casati, spiegando come queste siano numericamente pochissime e radicate in un costume culturale più ampio che vede i milanesi (e non solo) mettersi in coda tutto l’anno per gadget o eventi gratuiti -8; il Fuorisalone, insomma, non farebbe altro che amplificare un meccanismo preesistente, distogliendo lo sguardo dal lavoro immane di chi quelle installazioni le costruisce.
Il Glitch Camp e l’accoglienza ai giovani progettisti
Mentre la città si prepara ad accogliere centinaia di migliaia di visitatori, c’è chi ha pensato a rendere fisicamente accessibile l’evento a chi non può permettersi i costi proibitivi degli hotel. Torna per il terzo anno consecutivo The Glitch Camp, il progetto di ospitalità gratuita promosso dall’Istituto Europeo di Design (IED) insieme alla Fondazione Francesco Morelli, che quest’anno cambia location spostandosi nell’area dell’Ex Macello di Porta Vittoria. Un’iniziativa che ha riscosso un successo straordinario, tanto che le iscrizioni per pernottare nelle tende – chiuse ufficialmente il 10 aprile – hanno registrato il tutto esaurito in tempi record; il campeggio urbano, che può ospitare fino a 300 persone grazie alla collaborazione con il marchio Ferrino, offre ai giovani designer di tutto il mondo un punto di appoggio gratuito, servizi igienici, un bar e persino un kit per il sonno firmato IKEA, confermandosi come laboratorio di inclusione in una settimana spesso accusata di essere elitaria.
La trasformazione del Salone e la “diaspora” del design
Sullo sfondo di queste dinamiche di piazza, il mondo dell’arredamento sta vivendo una mutazione strutturale profonda. Storici brand che per decenni hanno rappresentato il cuore pulsante della fiera di Rho, come Molteni & C., hanno gradualmente spostato il loro baricentro verso eleganti palazzi in centro, alimentando una vera e propria “diaspora del design”. Questo fenomeno, che vede aziende come Cassina e Giorgetti preferire le vetrine urbane ai padiglioni espositivi, corre parallelamente a un’internazionalizzazione spinta: alcune di queste realtà hanno esportato il format a Riyadh, dove è andata in scena la “zero edition” di un nuovo salone saudita. Nel frattempo, il Salone del Mobile di Milano reagisce con iniziative come “Salone Raritas” (curato da Formafantasma e dedicato ai pezzi unici) e il progetto “Salone Contract”, firmato da Rem Koolhaas, che tenta di intercettare un mercato sempre più orientato ai grandi committenti internazionali piuttosto che al semplice acquirente finale.
Le nuove regole dell’accesso: il passaporto digitale
Per rispondere alla frammentazione dell’esperienza – un paradosso per cui, dopo il Covid, ogni singolo evento richiedeva una registrazione a sé – è stato introdotto in versione beta il “Fuorisalone Passport”. Ideato da Studiolabo, si tratta di un QR Code personale che unifica le iscrizioni, almeno per il circuito del Brera Design District, evitando al visitatore di dover compilare moduli su moduli prima di ogni ingresso. Come sottolinea lo stesso Casati, non si tratta di un sistema per saltare la fila, ma di un “time-saving tool” che restituisce fluidità all’esperienza. Resta il fatto che, nonostante le rassicurazioni degli organizzatori, la percezione della folla – o del suo “finto problema” – continuerà a dividere gli abituali frequentatori della settimana da quei turisti mordi-e-fuggi che cercano l’installazione più instagrammabile, spesso la meno legata al prodotto di design e la più incline a generare quel fenomeno di coda che tanto fa discutere.




