Trump agli alleati Nato: «Non volete aiutarci nello Stretto di Hormuz? Allora fate un errore sciocco, ma non abbiamo bisogno di voi»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra la Casa Bianca e i partner transatlantici, già messa a dura prova dalle scelte unilaterali in politica estera, ha raggiunto un nuovo, significativo punto di rottura. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi nello Studio Ovale, e attraverso una serie di interventi sul suo profilo Truth Social, il presidente Donald Trump ha duramente criticato la riluttanza della Nato — e dell'Europa in particolare — a farsi coinvolgere nelle operazioni militari in corso nello Stretto di Hormuz, lo snodo cruciale per il trasporto marittimo del petrolio la cui transitabilità è stata compromessa dopo l'inizio dell'offensiva congiunta con Israele contro l'Iran. «Penso che la Nato stia commettendo un errore molto sciocco», ha dichiarato il presidente, visibilmente irritato dalla freddezza ricevuta dai tradizionali alleati. La sua posizione, per certi versi apparentemente contraddittoria ma strategicamente chiara, oscilla tra la recriminazione per il mancato sostegno e la rivendicazione di una superfluità dello stesso: «Non abbiamo bisogno di aiuto», ha tenuto a precisare, «non ne abbiamo affatto bisogno, né lo desideriamo».

Le pressioni su Bruxelles e Londra e il no secco dei partner europei

Le richieste del presidente americano, che si sono intensificate nell'arco del fine settimana, sono state recapitati con insistenza ai principali alleati, dalla Gran Bretagna alla Germania, passando per la Francia e l'Italia. La richiesta di Washington, avanzata anche attraverso il rappresentante permanente alle Nazioni Unite, era chiara: un contributo militare concreto per la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. «È assolutamente opportuno», aveva argomentato Trump, «che coloro che traggono beneficio dallo Stretto contribuiscano a garantire che lì non accada nulla di male», riferendosi in particolare alla dipendenza energetica europea e cinese dal greggio che transita in quelle acque. Tuttavia, la risposta giunta da Bruxelles, dove erano riuniti i ministri degli Esteri dell'Unione, non ha lasciato spazio a interpretazioni. L’Alta rappresentante Kaja Kallas è stata lapidaria nel definire il conflitto in Iran estraneo all'ambito d'azione dell'Alleanza Atlantica: «Questa non è la guerra dell'Europa, non è la guerra della Nato», ha dichiarato, aprendo i lavori. Le posizioni dei singoli stati membri hanno rincarato la dose: il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di «obiettivi poco chiari» della missione, mentre il governo britannico, nonostante i canali privilegiati con Washington, ha opposto un rifiuto, limitandosi a offrire, al più, un supporto residuale come droni dragamine. Antonio Tajani, dal canto suo, ha ribadito la natura difensiva delle missioni europee già attive nell'area, come l'operazione Aspides, che non possono e non devono essere trasformate in uno strumento offensivo in un conflitto che non le compete direttamente.

L'ira del presidente e il dietrofront su Truth: «Non siamo sorpresi, è una strada a senso unico»

Di fronte a questo muro alzato dagli alleati, la reazione di Trump non si è fatta attendere ed è stata, come suo solito, veemente e pubblica. «Non sono sorpreso dal loro comportamento», ha scritto su Truth Social, «poiché ho sempre considerato la Nato, per la quale spendiamo centinaia di miliardi di dollari all'anno per proteggere proprio questi Paesi, come una strada a senso unico: noi proteggiamo loro, ma loro non fanno nulla per noi, specialmente nei momenti di necessità». Un concetto, questo, ribadito anche in presenza del primo ministro irlandese Micheal Martin, ricevuto alla Casa Bianca in un contesto già carico di tensione. Trump ha voluto sottolineare come gli alleati, a suo dire, avessero mostrato approvazione per l'azione militare contro Teheran, per poi defilarsi al momento di contribuire materialmente. «Abbiamo aiutato loro in Ucraina — ha aggiunto — ora vedremo se loro aiuteranno noi». La delusione nei confronti dell'alleanza storica è palpabile, e si estende anche a partner asiatici come Giappone, Australia e Corea del Sud, accusati di non voler partecipare alla coalizione.

L'autosufficienza militare americana e il nodo dello Stretto di Hormuz

Nonostante la stoccata agli alleati e le minacce su un futuro «molto negativo» per la Nato qualora il sostegno non dovesse arrivare, il presidente ha tenuto a ribadire la schiacciante superiorità militare statunitense. «Fortunatamente, abbiamo avuto un tale successo militare», ha scritto sempre sulla sua piattaforma, «che non abbiamo più bisogno, né desiderio, dell'assistenza dei Paesi della Nato — non ne abbiamo mai avuto bisogno!». Una rivendicazione, questa, che mira a presentare l'America come potenza autosufficiente, capace di perseguire i propri obiettivi strategici unilateralmente. Eppure, la richiesta di aiuto e la pressione incessante sugli alleati raccontano una realtà più complessa, in cui il controllo di uno snodo cruciale come lo Stretto di Hormuz — dal cui passaggio dipende una fetta enorme dell'economia globale e la stabilità dei prezzi energetici — rende qualsiasi operazione di lunga durata e di sicurezza marittima un'impresa che, da sola, nemmeno la piú potente flotta del mondo può gestire senza solide retrovie. La chiusura di fatto dello Stretto, conseguente alle ostilità, ha già fatto schizzare il prezzo del petrolio e, nonostante i proclami di Trump sulla possibilità di colpire in cinque minuti le infrastrutture iraniane come l'isola di Kharg, la necessità di dragamine e di una presenza navale continuativa per garantire i flussi rimane un nodo irrisolto. Una necessità che, al momento, l'Europa non sembra intenzionata a soddisfare, lasciando aperta una crepa profonda nei rapporti transatlantici.

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