Ex Ilva, decreto legge approvato ma la Cassazione rinvia sullo stop agli altiforni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Camera ha dato il via libera definitivo al decreto sull'ex Ilva con 125 voti a favore, 43 contrari e 52 astenuti, trasformando in legge un provvedimento che interviene sulle garanzie finanziarie per gli impianti strategici in amministrazione straordinaria. Il testo, già approvato dal Senato, introduce una disciplina speciale che consente di limitare a un anno l'orizzonte temporale delle garanzie individuate dall'autorizzazione unica per gli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti gestiti da imprese in procedura concorsuale.

Una misura pensata per assicurare la continuità operativa degli siti siderurgici, ma che non scioglie il nodo giudiziario ancora pendente sul futuro dell'area a caldo di Taranto.

Le Sezioni Unite si riservano la decisione

Nella stessa giornata del via libera parlamentare, i giudici delle Sezioni Unite civili della Cassazione hanno ascoltato le argomentazioni dei legali di Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d'Italia, entrambi ricorrenti contro il decreto con cui la Corte d'appello di Milano aveva imposto lo stop agli altiforni entro novanta giorni per rischi legati alle emissioni di polveri sottili e alla presenza di amianto.

La Procura generale ha chiesto di accogliere parzialmente i ricorsi, sostenendo che nel provvedimento della Corte milanese manchi un bilanciamento tra la tutela della salute e la produzione industriale, e che il pericolo venga desunto senza essere pienamente accertato. I supremi giudici hanno preferito prendersi del tempo: la comunicazione della decisione arriverà nei prossimi giorni, lasciando sospeso lo scenario produttivo dello stabilimento pugliese e, di riflesso, l'approvvigionamento degli impianti del Nord.

Il tavolo Piemonte-Liguria e le richieste al governo

Mentre a Roma si attendeva il verdetto, a Torino si è riunito il tavolo interregionale convocato da Piemonte e Liguria per fare il punto sugli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi, Gattinara, Genova Cornigliano e Vado Ligure. All'incontro, ospitato al Grattacielo Piemonte, hanno partecipato i presidenti Alberto Cirio e Marco Bucci, i sindaci delle città interessate, i commissari dell'ex Ilva e i vertici di Acciaierie d'Italia, oltre alle organizzazioni sindacali.

Fuori dalla sede regionale, un centinaio di lavoratori ha manifestato sotto la pioggia per chiedere certezze sul proprio futuro occupazionale.

Dal confronto è emerso un documento unitario che sarà trasmesso alla Presidenza del Consiglio e al ministero delle Imprese e del Made in Italy, articolato in cinque punti. Il primo chiede di mantenere l'unità del gruppo siderurgico a livello nazionale senza però vincolare gli stabilimenti del Nord all'approvvigionamento esclusivo da Taranto, consentendo loro di rifornirsi anche da fonti esterne.

Le altre richieste riguardano la predisposizione di un piano operativo di ordini e acquisti per Genova, Novi Ligure e Racconigi, e la necessità di chiarire il futuro degli impianti dopo febbraio, mese indicato dall'azienda come possibile orizzonte per la ripresa delle lavorazioni grazie ai nuovi approvvigionamenti annunciati dal governo.

I numeri della vertenza e la cassa integrazione

Il quadro occupazionale delineato al tavolo torinese è articolato. In Piemonte la vertenza coinvolge 614 lavoratori, di cui 542 a Novi Ligure e 72 a Racconigi; per 585 di loro è stato richiesto un nuovo intervento di cassa integrazione, che interessa 515 dipendenti del sito di Novi e 70 di Racconigi. A Gattinara lo stabilimento Sanac occupa una cinquantina di persone, quasi tutte in cassa integrazione.

In Liguria il fermo riguarda 280 dei 917 lavoratori di Cornigliano, con una nuova istanza che porterebbe il totale a 870, mentre tutti i 193 dipendenti Ilva in amministrazione straordinaria sono fermi e la capacità produttiva del sito genovese è attestata al 38 per cento del potenziale.

Sul fronte degli ammortizzatori sociali resta aperta la partita dei tempi di erogazione. La Fiom ha ribadito la richiesta che l'azienda anticipi i bonifici della cassa integrazione, dal momento che le procedure con l'Inps richiedono mesi e il rischio, secondo il sindacato, è quello di arrivare a dicembre senza stipendio per i lavoratori coinvolti.

Nelle stesse ore, a Sarezzo, in provincia di Brescia, un operaio di 47 anni dipendente di una ditta esterna è morto dopo essere rimasto schiacciato nel cestello elevatore su cui stava lavorando all'interno delle Acciaierie Venete, urtato secondo una prima ricostruzione da un mezzo pesante.

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