Pd, i riformisti da Prato alzano il muro su Kiev e primarie
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Redazione Interno
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Da Prato, i riformisti del Partito Democratico hanno scelto la casa del popolo di Coiano per far sentire la propria voce. Non un raduno di routine, ma un segnale politico preciso: la minoranza interna al Pd esiste, pesa e non intende accettare passivamente le dinamiche di quello che viene chiamato campo largo. L'assemblea nazionale d'area, battezzata "Cambiare!", è arrivata al terzo atto dopo Milano e Modena, e ha riunito esponenti di peso come Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Filippo Sensi, Simona Malpezzi e il sindaco di Prato Matteo Biffoni.
Il sostegno a Kiev come linea invalicabile
Il punto centrale dell'incontro è stata la politica estera, con un messaggio indirizzato senza giri di parole a Giuseppe Conte e al Movimento 5 Stelle. Il sostegno militare all'Ucraina non è negoziabile, hanno ribadito i riformisti. Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, ha definito la questione una "linea rossa" dentro la discussione da avviare con le altre forze del centrosinistra, spiegando che non sostenere Kiev equivale a non arrivare a una pace reale.
Giorgio Gori ha rincarato la dose, affermando che l'invio di armi all'Ucraina non è trattabile e che il Pd non può subire l'egemonia di un partito che ha la metà dei suoi voti. Lia Quartapelle ha parlato di posizioni "inaccettabili" provenienti dal M5S, dal giustizialismo alle "mistificazioni" sulla politica estera. La senatrice Simona Malpezzi ha rivendicato il ruolo della minoranza interna, rifiutando quella che ha definito la caricatura dei riformisti come "riserva indiana" del partito.
La partita delle primarie e il nodo Gori
Sul fronte delle primarie, i riformisti hanno chiesto regole chiare. Il doppio turno è la formula invocata da più voci, insieme alla richiesta di un voto che non sia esclusivamente online. Filippo Sensi, Piero Fassino e lo stesso Gori hanno insistito sulla necessità di un meccanismo che dia piena legittimazione al candidato.
La candidatura di Gori, europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, resta sullo sfondo. Il partito frena, sostenendo che la base vuole Elly Schlein come unica candidata. La regola generale prevede che il segretario nazionale sia automaticamente candidato alla premiership, ma nel 2012 fu concessa una deroga a Matteo Renzi per sfidare Pier Luigi Bersani. Gori ha chiesto al partito di non avere paura di aprirsi, ricordando proprio quel precedente e quello del 2023 quando Enrico Letta consentì la candidatura di Schlein.
Il ddl antisemitismo e le distanze dal M5S
Un altro passaggio significativo dell'assemblea ha riguardato il disegno di legge sull'antisemitismo. Emanuele Fiano, figlio di Nedo Fiano deportato ad Auschwitz, ha annunciato che un eventuale voto contrario del Pd su quel provvedimento rappresenterebbe per lui un confine invalicabile, al punto da meditare l'addio al partito.
Sul piano più strettamente politico, Graziano Delrio ha messo in guardia dal metodo dei veti incrociati, sostenendo che sono le cose che si desidera fare e proporre al Paese a definire il perimetro dell'alleanza, non le simpatie personali. Il sindaco Biffoni ha sintetizzato il senso della giornata: il Pd non deve appiattirsi sulle posizioni di Avs e M5S. La direzione nazionale del partito è convocata per il 2 ottobre, quando si discuterà del percorso verso le primarie e del programma.
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