Pd, Gori e Guerini indicano l'Ucraina come valore non negoziabile. Conte apre alla scelta del candidato senza primarie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Quali sono i valori non negoziabili del Pd in vista di future alleanze?». È la domanda che i cronisti fuori dal Nazareno ripropongono sistematicamente ai dirigenti del Pd che arrivano alla spicciolata. A fermarsi e a concedere una risposta immediata sono soprattutto gli esponenti riformisti: «L'Ucraina», tira dritto Giorgio Gori. «La chiarezza in politica estera», gli fa eco Lorenzo Guerini. Nella sua relazione di oltre un'ora, in apertura della direzione, Elly Schlein parte proprio da qui: dagli Stati Uniti, la cui amicizia va preservata con la garanzia di «rispetto e reciprocità».

E da Kiev, su cui serve un «negoziatore unico» e un nuovo «protagonismo diplomatico». Se la questione che verrà sollevata poi dalla minoranza dem, ovvero quella di un «chiarimento» con gli alleati sui principali dossier internazionali, rimane sullo sfondo - e d'altronde, come dice lo stesso Conte, «una soluzione si troverà anche sull'Ucraina» - la leader democratica ci tiene a dare rassicurazioni su un altro punto: «La coalizione ha margine per crescere ancora e aprirsi».

Parole che servono a gettare nuova acqua sul fuoco delle polemiche per la sua foto a tavola con il leader del M5S e quelli di Avs.

I riformisti e la linea atlantica

Il fronte dei riformisti, con Gori e Guerini in prima fila, è da tempo il termometro delle tensioni interne al partito sulla politica estera. Per Guerini, che è stato ministro della Difesa e ora presiede il Copasir, il riarmo è «ineludibile» e il sostegno a Kiev non può essere messo in discussione, tanto che ha definito «desolante» il balletto del centrodestra sul decreto Ucraina, assicurando che il Pd voterà a favore della sua conversione.

La sua posizione, condivisa dall'ala che fa capo a Paolo Gentiloni e Piero Fassino, è un avviso alla segretaria: basta tentennamenti e inseguimenti del pacifismo a oltranza di Giuseppe Conte e di Alleanza Verdi Sinistra. Sul tema, Gori ha speso parole simili, sottolineando l'urgenza di utilizzare i beni russi come garanzia per i prestiti a Kyiv: una mossa «fondamentale per il destino dell'Ucraina e per la sicurezza dell'Europa», che diventa «vitale dopo che gli Usa hanno tagliato gli aiuti».

Per l'europarlamentare dem, l'ingresso di Kyiv nell'Unione europea non è solo una questione tecnica ma un dovere morale: ciò che dobbiamo a quel popolo per la sua eroica resistenza, per non tradire l'Europa e sé stessa.

La questione del candidato premier

A complicare il quadro, e a tenere banco nelle discussioni informali, è però un'altra variabile. Durante i lavori, Giuseppe Conte ha messo per la prima volta sul piatto un'opzione B alternativa alle primarie per individuare il nome per la premiership: la scelta del candidato più competitivo sulla falsariga di quanto avviene per le Regionali. Una proposta che suona alle orecchie di qualche maggiorente Pd come una trappola: «E se poi, una volta seduti a un tavolo, si proponesse a tutti i leader di fare un passo indietro?».

L'ipotesi di una selezione senza passaggio dal voto degli iscritti, sebbene motivata da esigenze di efficienza, rischia di aggravare le frizioni già esistenti. La scelta della leadership, come sottolineato da Guerini, «può essere lo strumento per decidere la leadership, non per risolvere le questioni politiche di un'alleanza»; il nodo politico rimane quello di mettere a punto una piattaforma comune, specialmente sui temi caldi della difesa e della politica estera, senza i quali ogni intesa risulterebbe fragile.

La replica di Schlein e lo sguardo al futuro

Nelle sue conclusioni, Elly Schlein ha preso di petto un tema che aleggia da mesi: il coro di chi, in pubblico e in privato, da tempo lavora per sbarrarle la strada per Palazzo Chigi. «C'è un pezzo di establishment che malsopporta una leader progressista a Palazzo Chigi», ha detto, rivendicando la sua autonomia e la volontà di andare avanti «malgrado tutto». La segretaria ha ribadito la necessità di allargare il campo, consapevole che «dopo vent'anni abbiamo l'opportunità di andare insieme a un'alleanza progressista alle prossime elezioni e vincerle e cambiare il Paese».

Parole che servono anche a ricucire lo strappo con i riformisti, i quali chiedono chiarezza ma non intendono uscire dal perimetro dell'alleanza. Guerini ha infatti ribadito che la strategia dell'unità delle opposizioni è quella giusta, e che l'iniziativa dei riformisti è tesa a «dare una mano al Pd» e a creare un'alternativa di governo credibile. La sfida, per il centrosinistra, resta quella di tenere insieme anime diverse senza che le differenze di merito su dossier internazionali come l'Ucraina diventino un macigno insormontabile.

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