La mamma di Domenico allo stadio Maradona: «Aiutateci a sostenere la Fondazione, trasformiamo il dolore in forza»
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Redazione Interno
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Il boato dello stadio, quello che solitamente accoglie le gesta di Lukaku o Kvaratskhelia, si è spento per lasciar spazio a un silenzio irreale, rotto solo dal fruscio del microfono e dalla voce, spezzata ma ferma, di Patrizia Mercolino. Prima del fischio d’inizio di Napoli-Lecce, al Diego Armando Maradona non c’era spazio per il calcio, ma solo per il ricordo di Domenico. I cinquantamila presenti, e con loro una città intera che si stringe idealmente nei cinquanta del terreno di gioco, hanno trattenuto il fiato ascoltando le parole della madre del piccolo scomparso a due anni e mezzo dopo un trapianto di cuore finito tragicamente. Accanto a lei, il marito Antonio e l’avvocato Francesco Petruzzi, in un quadro di compostezza che ha reso l’omaggio ancora più toccante.
«Quando mi hanno detto che Domenico non c’era più, mi si è rotto il cuore, come il suo», ha esordito mamma Patrizia, leggendo un messaggio che ha trasformato la curva in un mosaico di occhi lucidi e fazzoletti alzati. Il suo intervento, diretto e privo di filtri, ha attraversato il dolore personale per approdare a un ringrazimento collettivo. Ha spiegato come la vicinanza della gente, quella che ha riempito i viali dell’ospedale Monaldi di pupazzi e fiori, sia stata la forza trainante per non crollare del tutto. È un legame, quello tra la famiglia e il popolo napoletano, che si è cementato nei giorni dell’incertezza clinica e che oggi si traduce in un progetto concreto: dare vita a una Fondazione che porti il nome di Domenico Caliendo.
L’appello lanciato dal cerchio di centrocampo non è stato vago o generico. Patrizia Mercolino ha chiesto sostegno per costituire questo ente, pensato per assistere chiunque si trovi ad affrontare percorsi sanitari complessi e dolorosi come il suo. «Non so se il mio cuore potrà aggiustarsi, probabilmente no, forse non succederà, ma la differenza con Domenico è che il mio batte ancora», ha proseguito, scandendo le parole con una lucidità che ha lasciato senza fiato persino lo speaker Decibel Bellini. L’obiettivo, come già anticipato nelle scorse settimane dai legali, è quello di offrire supporto prima, durante e dopo situazioni di presunta malasanità, trasformando una tragedia privata in un presidio di civiltà e assistenza. I tifosi del Lecce, in piedi, hanno offerto un segno di rispetto che andava oltre la rivalità sportiva, unendosi all’abbraccio collettivo.
La serata, però, non ha solo guardato al futuro con la proposta della Fondazione, ma ha inevitabilmente rievocato i contorni giudiziari di una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica. L’inchiesta della Procura di Napoli prosegue per omicidio colposo in concorso, con sette medici iscritti nel registro degli indagati. Si indaga su quanto accaduto il 23 dicembre scorso, quando l’organo destinato al piccolo, prelevato a Bolzano, giunse al Monaldi in condizioni tali da renderlo inutilizzabile. Le dinamiche del trasporto, con l’uso di una comune scatola di plastica e di ghiaccio secco al posto di quello tradizionale – una temperatura di circa ottanta gradi sotto zero che avrebbe letteralmente “bruciato” il tessuto cardiaco – sono al centro degli accertamenti. La madre, in quel contesto, ha anche accennato al senso di colpa che attanaglia chi sopravvive, un sentimento umano e profondamente intimo, emerso tra le pieghe di un discorso pubblico che non ha mai cercato facili pietismi. «Mi sento anche in colpa», ha confessato, «ma spero che Domenico da lassù sia orgoglioso di questa mamma distrutta».




