Il dolore compatto di Nola per Domenico: “La giustizia farà il suo corso ma non potrà restituircelo”
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Redazione Interno
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La piazza del Duomo, a Nola, era gremita in ogni suo spazio, e il silenzio, rotto solo da qualche singhiozzo trattenuto, è stato squarciato da un applauso lungo e liberatorio, un applauso che accompagnava l’ingresso della piccola bara bianca nella Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo. Era il saluto della folla a Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo la cui esistenza si è interrotta il 21 febbraio scorso, dopo un calvario durato due mesi seguito al trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre all’ospedale Monaldi di Napoli. Un intervento che, come hanno ricostruito le indagini, era partito con un organo danneggiato, un cuore arrivato da Bolzano “congelato”, trasformato in un “pezzo di ghiaccio” a causa, pare, dell’uso improprio di ghiaccio secco durante il trasporto, un dettaglio emerso in modo agghiacciante dalle testimonianze degli stessi infermieri, i quali raccontarono di aver tentato invano di scongelarlo con acqua prima fredda, poi tiepida, infine calda, prima che il chirurgo Guido Oppido, ora indagato, decidesse di impiantarlo ugualmente per mancanza di alternative.
All’uscita del feretro, sul sagrato, centinaia di palloncini bianchi sono stati liberati in cielo, e molti di essi recavano scritte come “l’angelo più bello” o “il nostro guerriro”, appellativo, quest’ultimo, che la madre Patrizia Mercolino aveva spesso usato per descrivere la lotta del figlio. Ed è stata proprio Patrizia, al termine della funzione religiosa officiata dal vescovo di Nola, don Francesco Marino, e con la presenza del cardinale Domenico Battaglia, a prendere la parola per un ringraziamento diretto e toccante, affermando come la folla numerosa fosse lì esclusivamente per Domenico, un tributo di affetto che travalica la cronaca e si fa abbraccio collettivo. Tra i banchi della cattedrale, insieme alla gente comune e a molte scolaresche, hanno preso posto le massime autorità locali e nazionali: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, il prefetto Michele di Bari e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, venuta a portare la vicinanza dello Stato a una famiglia distrutta da una vicenda che ha scosso l’intera coscienza pubblica.
La folla, composta da tantissime mamme con bambini in braccio e da cittadini comuni, ha più volte rotto il cordoglio con grida di “Giustizia” e “Chi ha sbagliato pagherà”, un sentimento popolare che cerca risposte certe e punitive mentre la macchina giudiziaria è già in moto. Al momento risultano sette gli indagati, tutti appartenenti all’équipe dell’ospedale Monaldi di Napoli, e le indagini, coordinate dalla Procura partenopea, sembrano aver escluso, almeno in questa fase, responsabilità dirette per l’ospedale di Bolzano, concentrandosi invece sulle procedure seguite dalla squadra di prelievo e dalla ricevente. L’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha recentemente chiarito come l’incidente probatorio abbia concesso ai periti un termine di centoventi giorni per depositare la loro relazione, un tempo ritenuto necessario per analisi approfondite che dovranno stabilire con certezza le catene di responsabilità e le eventuali negligenze, in un clima in cui le stesse dichiarazioni dei sanitari coinvolti, come quelle del chirurgo Oppido che si è detto rovinato mediaticamente e convinto di aver operato correttamente, aggiungono ulteriore complessità a un quadro già drammatico.




