La metaniera fantasma russa alla deriva nel Canale di Sicilia, si teme un disastro ecologico
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Redazione Interno
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La Arctic Metagaz, una metaniera battente bandiera russa di 277 metri, continua a vagare in balìa di correnti e venti nel Canale di Sicilia, un relitto moderno carico di un potenziale pericolo innescato da un attacco, quasi certamente un drone navale, che Mosca attribuisce a Kiev senza che però l'Ucraina abbia formalmente rivendicato l'azione. L'imbarcazione, che si trova attualmente a circa 26 miglia nautiche dall'isola di Linosa, è stata centrata in modo pesante sul lato di dritta: le immagini mostrano uno squarcio profondo nello scafo annerito dalle fiamme, un danno strutturale che ne ha compromesso la stabilità al punto da farla inclinare di quasi trenta gradi, con la poppa che appare più bassa della prua. L'equipaggio, composto da trenta cittadini russi, fu tratto in salvo nei momenti immediatamente successivi all'esplosione del 3 marzo, avvenuta a largo delle coste libiche, e trasferito a Bengasi, in un'area della Cirenaica saldamente controllata dal generale Khalifa Haftar, da tempo considerato un alleato del Cremlino; alcuni di loro, in particolare due che avevano riportato ustioni, sono poi rientrati in patria.
Un carico letale sospinto verso le Pelagie
Quel che rende la situazione particolarmente critica non è solo la derive incontrollata del gigante dei mari, ma ciò che trattiene nelle sue viscere: una miscela estremamente pericolosa composta da circa 900 tonnellate di gasolio per alimentare i motori e, soprattutto, oltre 60.000 tonnellate di gas naturale liquefatto stivate in due serbatoi a prua. Il Wwf, che segue la vicenda con quella che definisce "massima allerta", ha lanciato un allarme preciso sui rischi ambientali: una potenziale fuoriuscita potrebbe generare incendi o nubi criogeniche letali per la fauna, ma anche un inquinamento diffuso e duraturo in un'area, quella del Canale di Sicilia, riconosciuta per la sua eccezionale biodiversità. Sono ecosistemi profondi e fragili, quelli tra Linosa e Lampedusa, abituati ad ospitare grandi predatori pelagici come il tonno rosso e il pescespada, che oggi si trovano esposti alla minaccia di una marea nera o di una dispersione di sostanze tossiche le cui conseguenze potrebbero rivelarsi irreversibili per le economie locali, dalla pesca al turismo.
Palazzo Chigi monitora, ma la competenza è maltese
Sull'emergenza si è riunito a Palazzo Chigi un vertice presieduto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con i ministri degli Esteri Antonio Tajani, della Difesa Guido Crosetto, dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e della Protezione Civile Nello Musumeci, oltre al sottosegretario Alfredo Mantovano e al capo della Protezione Civile Fabio Ciciliano. Al termine dell'incontro è emersa una linea chiara: la nave si trova all'interno della zona Sar maltese, quella di competenza per le operazioni di ricerca e soccorso, e di conseguenza spetta alle autorità di La Valletta la responsabilità primaria delle decisioni, sebbene il governo italiano abbia assicurato piena condivisione dei dati del monitoraggio e disponibilità a fornire supporto. Malta, da parte sua, ha istituito una zona di sicurezza di cinque miglia nautiche attorno al relitto, imponendo a tutte le altre imbarcazioni di mantenersi a debita distanza, e fonti italiane hanno fatto sapere che l'opzione preferibile sarebbe quella di far intervenire una società specializzata, ingaggiata dal manager russo della nave – la SMP Techmanagement con sede in Russia – per mettere in sicurezza il mezzo e trainarlo lontano dalle rotte più trafficate del Mediterraneo centrale.
L'ombra della flotta fantasma e i silenzi europei
Sullo sfondo della vicenda, che ha visto sorvoli anche dell'operazione europea EuNavfor Med Irini per verificare la posizione e le condizioni del natante, aleggia il nodo politico della cosiddetta "flotta fantasma" russa, quelle navi battenti bandiere di comodo utilizzate per eludere le sanzioni internazionali e trasportare idrocarburi aggirando i blocchi imposti dall'Unione Europea dopo l'invasione dell'Ucraina. La stessa Arctic Metagaz era partita da Murmansk con destinazione dichiarata Port Said, in Egitto, e la sua presenza in quelle acque solleva interrogativi su cosa facesse esattamente una petroliera russa nel Canale di Sicilia in un momento in cui le forniture di gas sono ufficialmente soggette a restrizioni. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha parlato apertamente di "attacco terroristico e crimine di guerra", lamentando al contempo il silenzio delle cancellerie europee di fronte a quello che Mosca considera un atto di pirateria in acque internazionali. Kiev, al momento, non ha fornito risposte ufficiali né tantomeno rivendicazioni, lasciando aperta una voragine interpretativa su chi abbia voluto colpire quella nave e con quali reali obiettivi, in un frangente in cui i venti di guerra soffiano sempre più forti anche lontano dal Mar Nero.




