La metaniera russa Arctic Metagaz continua la sua deriva nel Canale di Sicilia, cresce la preoccupazione per le 60 mila tonnellate di gas liquefatto
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Redazione Interno
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Un gigante d’acciaio lungo 277 metri, carico di un potenziale disastro ecologico e attualmente in balia delle correnti, continua a vagare senza controllo nel tratto di mare compreso tra Lampedusa, Linosa e Malta. Si tratta della nave metaniera battente bandiera russa Arctic Metagaz, un’imbarcazione che da oltre una settimana vaga alla deriva nel Canale di Sicilia dopo essere stata danneggiata, stando alla ricostruzione fornita da Mosca, da un attacco con droni navali ucraini lanciati al largo delle coste libiche nella notte tra il 3 e il 4 marzo. Un'azione, quella del presunto attacco, che il Cremlino non ha esitato a definire come un "atto terroristico", sebbene da Kiev non sia giunta alcuna rivendicazione ufficiale in merito all'operazione condotta contro quella che, a tutti gli effetti, è considerata parte della cosiddetta "flotta ombra" utilizzata per eludere le sanzioni occidentali.
L’allarme ambientale e le ingenti quantità di materiali pericolosi a bordo
Il fattore che maggiormente tiene in stato di massima allerta le autorità italiane e maltesi è l’enorme quantitativo di materiali inquinanti stipati nelle stive dello scafo abbandonato. Secondo le informazioni raccolte, l’*Arctic Metagaz* trasporta circa 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi colmi di gas naturale liquefatto per un totale che supera le 60 mila tonnellate. Un carico che, se disperso in mare a seguito di un eventuale affondamento o di una ulteriore lacerazione dello scafo, potrebbe provocare danni incalcolabili e duraturi all’ecosistema del Mediterraneo, una preoccupazione, questa, sollevata con forza anche da organizzazioni ambientaliste come il Wwf. Le fotografie scattate nelle ultime ore mostrano il vascello con un vistoso squarcio sulla fiancata sinistra, un danno strutturale che si aggiunge a un’inclinazione di circa 30 gradi, conseguenza diretta delle esplosioni e dell’incendio che hanno costretto i 30 membri dell’equipaggio ad abbandonare precipitosamente la nave per mettersi in salvo.
Il vertice a Palazzo Chigi e il coordinamento con le autorità maltesi
Proprio per fare il punto su questa emergenza in costante evoluzione, a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice presieduto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al termine dell'incontro, una nota ufficiale ha voluto fare chiarezza sulla delicata questione giurisdizionale, specificando che l'imbarcazione si trova attualmente all'interno della zona Sar (Search and Rescue) di competenza maltese. Un elemento, questo, che sposta sulle autorità de La Valletta la responsabilità primaria di eventuali interventi decisivi. Il governo italiano, pur nel rispetto di queste competenze, ha tuttavia assicurato al governo maltese la piena condivisione di tutte le attività di monitoraggio messe in campo sin dai primi istanti in cui si è persa la controllabilità della nave. Una cooperazione che si traduce, sul piano operativo, nella presenza costante di unità della Marina Militare italiana, un rimorchiatore e una nave attrezzata per il contenimento dell'inquinamento, pronti a intervenire qualora la situazione dovesse degenerare.
Una "bomba a orologeria" in acque internazionali
Le autorità italiane, come trapelato da fonti vicine al dossier, guardano con estrema diffidenza all'ipotesi di dover offrire un porto nazionale come rifugio al relitto. La nave viene descritta da più parti come una vera e propria "bomba a orologeria" galleggiante, e la soluzione che viene ritenuta preferibile, se non l'unica percorribile, è che sia la società armatrice russa, la LLC SMP Techmanagement, a farsi carico della situazione, ingaggiando una compagnia specializzata per il rimorchio in sicurezza dell'unità. Nel frattempo, Malta ha stabilito una zona di sicurezza di cinque miglia nautiche attorno al punto in cui il mercantile è andato alla deriva, unico segno tangibile di un controllo che resta affidato ai venti e alle correnti. Non vi è certezza neppure sulla quantità esatta di gas liquefatto ancora effettivamente presente a bordo, un'incognita che aggiunge ulteriore tensione a una vicenda che, per il momento, resta in bilico tra l'emergenza ambientale e le ripercussioni geopolitiche di un conflitto, come quello ucraino, che continua a riversare le sue conseguenze ben oltre i confini dei territori contesi.




