La metaniera fantasma russa Arctic Metagaz alla deriva nel Mediterraneo entra nelle acque libiche e fa scattare l'allerta per il rischio di un disastro ambientale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il profilo scuro e inclinato di una nave lunga quasi trecento metri, l’Arctic Metagaz, prosegue ormai da due settimane la sua inquietante deriva nel Mediterraneo centrale, uno scafo danneggiato e senza equipaggio che trasporta un carico potenzialmente letale di gas naturale liquefatto e tonnellate di gasolio. Le autorità libiche, dopo aver rilevato l’avvicinarsi del relitto alla propria zona di ricerca e soccorso, hanno emesso un avviso marittimo innalzando il livello di allerta, un gesto che testimonia la crescente preoccupazione per una minaccia che non è solo ambientale ma anche per la sicurezza della navigazione. L’imbarcazione, parte della cosiddetta flotta fantasma con cui Mosca elude le sanzioni internazionali, era partita a febbraio dal porto artico di Murmansk ed era diretta verso Port Said, in Egitto, prima che un incendio, divampato nella notte tra il 3 e il 4 marzo a circa 170 miglia nautiche da Malta, ne causasse l’abbandono da parte dei trenta membri dell’equipaggio di nazionalità russa, poi tratti in salvo dalla guardia costiera libica.

Una bomba ecologica a orologeria tra correnti e responsabilità nebulose

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, intervenendo ai microfoni di Radio 24, non ha usato mezzi termini nel definire il relitto una vera e propria bomba ambientale, capace di provocare danni seri all’intera area circostante del Mar Mediterraneo. Il punto è che la nave, di proprietà formalmente riconducibile a una società con sede in Liberia ma dietro la quale si celano intricati legami con Mumbai e con il colosso energetico russo Novatek, non è un semplice scafo alla deriva: a bordo, oltre a due serbatoi di Gnl ancora integri per un quantitativo che resta incerto ma che fonti specializzate stimano in diverse migliaia di tonnellate, ci sarebbero ancora circa 700 tonnellate di gasolio, un combustibile che in caso di incendio potrebbe agire come uno stoppino, rendendo le operazioni di spegnimento pressoché impossibili e prolungando le fiamme per un tempo indefinito. La Protezione Civile italiana, che ha monitorato costantemente la situazione quando l’Arctic Metagaz si trovava più vicina alle acque nazionali e alle isole Pelagie, ha confermato che ora la competenza primaria per un eventuale intervento ricadrebbe sulle autorità libiche, dato l’ingresso del natante nella loro zona Sar, anche se Roma tiene in stand-by mezzi specializzati e squadre di contenimento chimico pronte a intervenire su richiesta di Malta, dell'Unione Europea o dello stesso governo di Tripoli.

Il rompicapo diplomatico e le accuse incrociate tra Russia e Ucraina

La vicenda si infittisce in un groviglio di accuse e rivendicazioni che rendono il quadro geopolitico quanto mai instabile. Il presidente russo Vladimir Putin ha attribuito l'attacco, che ha squarciato lo scafo verde della metaniera, a un'azione di droni navali ucraini, definendola un atto di terrorismo, mentre da Kiev non è giunta alcuna rivendicazione ufficiale, sebbene in passato i servizi segreti ucraini abbiano colpito altre navi della flotta russa nel Mar Nero e nel Mediterraneo, come nel caso della petroliera Qendil a dicembre scorso, all'epoca per fortuna vuota. Quel che è certo è che l'incidente ha aperto una falla nel diritto internazionale, creando una sorta di stallo operativo: nessuno Stato, tra Malta, l'Italia e ora la Libia, sembra volersi assumere i rischi e gli oneri economici del rimorchio e della messa in sicurezza del relitto. Un gruppo di nove paesi europei, guidato da Italia e Francia, ha inviato una lettera alla Commissione Europea per sollecitare un'azione coordinata, sottolineando la minaccia diretta di un grave disastro ecologico nel cuore dello spazio marittimo dell'Unione.

Il Mediterraneo come teatro di guerra ibrida e i timori per l'ecosistema

L'odissea dell’Arctic Metagaz, alla mercé delle correnti che la stanno spingendo verso il golfo della Sirte, dimostra plasticamente come il Mediterraneo sia divenuto un crocevia di conflitti ibridi, dove le infrastrutture energetiche diventano obiettivi sensibili. Se il Gnl, in caso di sversamento, tende a evaporare rapidamente, il pericolo maggiore è rappresentato dalla sua infiammabilità, con il rischio di nubi di gas criogeniche letali per la fauna marina e di incendi di vaste proporzioni; il gasolio, invece, rappresenta una minaccia più subdola e persistente per l'ecosistema, con la possibilità di inquinare le coste e distruggere habitat protetti in un'area di eccezionale valore naturalistico. Il WWF ha espresso massima allerta, mentre la Marina Militare italiana continua a sorvolare la zona per monitorare la posizione del gigante d'acciaio, le cui condizioni strutturali restano un'incognita. Il portavoce della Protezione Civile ha chiarito che la dispersione del gas è una possibilità molto concreta, sebbene al momento non siano state rilevate perdite, ma la verità è che la nave, con i suoi serbatoi danneggiati e la sua identità amministrativa opaca – negli ultimi tre anni ha cambiato nome quattro volte, bandiera sei e armatore nove – continua a navigare a vista, lasciando aperto l'interrogativo su chi, alla fine, dovrà raccogliere i cocci di quella che rischia di essere una catastrofe annunciata.

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