La metaniera russa Arctic Metagaz continua la sua deriva nel Mediterraneo, Malta attiva il piano di emergenza
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Redazione Interno
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Sono giorni ormai che la nave metaniera russa Arctic Metagaz, un colosso di 277 metri di lunghezza e 43 di larghezza, vaga senza equipaggio nel tratto di Mediterraneo compreso tra la Libia, l'isola di Lampedusa e l'arcipelago di Malta, e la deriva incontrollata di questo scafo, che trasporta un carico potenzialmente letale per l'ambiente, sta tenendo con il fiato sospeso i governi di Italia e Malta. L'imbarcazione, parte della cosiddetta "flotta ombra" russa e pertanto sottoposta a sanzioni internazionali, era stata attaccata il 3 marzo scorso al largo delle coste libiche: fonti ucraine, tramite blogger, hanno rivendicato l'azione condotta con un drone navale, e le immagini diffuse mostrano uno squarcio profondo nella fiancata, conseguenza dell'esplosione che ha costretto all'evacuazione dell'intero equipaggio, composto da trenta persone.
Un carico letale e il timore di una catastrofe ambientale
La principale fonte di preoccupazione, quella che ha spinto la premier Giorgia Meloni a convocare un vertice a Palazzo Chigi venerdì 13 marzo, risiede nella natura e nella quantità del materiale ancora custodito nei serbatoi della Arctic Metagaz. A bordo, infatti, vi sarebbero circa 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi di gas naturale liquefatto, per un volume che secondo alcune stime raggiungerebbe i 140mila metri cubi di metano: una miscela esplosiva e altamente inquinante che, nel caso di un cedimento strutturale dello scafo o di un nuovo incendio, potrebbe riversarsi in mare provocando un disastro ecologico di proporzioni inimmaginabili per l'intero bacino del Mediterraneo centrale. Le autorità maltesi, nella cui zona di Search and Rescue (Sar) il relitto attualmente si trova, hanno istituito un perimetro di sicurezza di cinque miglia nautiche, intimando a qualsiasi altra imbarcazione di non avvicinarsi, e hanno attivato un piano di emergenza nazionale che coinvolge il ministero degli Esteri, la protezione civile e le forze armate.
Le opzioni sul tavolo e il difficile coordinamento internazionale
Mentre i rimorchiatori, alcuni dei quali messi a disposizione dalla Marina Militare italiana, stazionano nelle vicinanze pronti a intervenire, il governo de La Valletta ha compiuto un ulteriore passo, ingaggiando una società di salvataggio internazionale con il compito di redigere un piano dettagliato per la messa in sicurezza del gigante alla deriva. L'opzione principale, al momento, sembra essere quella di trainare l'Arctic Metagaz al largo, allontanandola il più possibile dalle proprie coste e da quelle italiane, ma si tratta di un'operazione estremamente complessa e non scevra da rischi: non è ancora possibile salire a bordo in sicurezza, e fonti maltesi citate dal Times of Malta riferiscono che fino a venerdì si sono registrate esplosioni a bordo, segno che la situazione è tutt'altro che stabile, sebbene lo scafo, nonostante l'enorme squarcio, appenga ancora integro e non in imminente pericolo di affondamento.
La deriva e le proiezioni: verso Gozo o verso sud?
La traiettoria del relitto, sospinto da correnti e venti, è seguita con attenzione Osservata speciale, e le previsioni meteo giocano un ruolo cruciale in queste ore. Secondo le ultime rilevazioni, la nave si troverebbe a circa 50 miglia nautiche a sud-est di Malta, e i modelli previsionali indicano la possibilità che, entro la serata di domenica 15 marzo o nella giornata di lunedì, possa avvicinarsi pericolosamente alle acque territoriali maltesi, finendo alla deriva verso la costa occidentale di Gozo. In alternativa, come emerso da alcune fonti di stampa, le correnti potrebbero spingerla in direzione sud-sudest, allontanandola dall'area di competenza italiana e maltese, ma si tratta di scenari ancora tutti da verificare, data la mutevolezza delle condizioni meteomarine. L'Italia, dal canto suo, ha assicurato piena collaborazione a Malta, condividendo i dati del monitoraggio e tenendo unità navali specializzate, come quelle anti-inquinamento, pronte a entrare in azione qualora la situazione dovesse degenerare, ma la competenza primaria resta saldamente in mani maltesi, visto che il relitto giace nella loro zona Sar.




