La metaniera russa Arctic Metagaz continua la sua deriva nel Canale di Sicilia, l'Italia monitora in attesa che Malta decida
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Redazione Interno
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Sono giorni, ormai, che il profilo minaccioso della Arctic Metagaz solca le acque del Mediterraneo centrale senza una rotta né un’anima a bordo, spinto dalle correnti e dal vento in un’area delimitata a nord dalle coste della Sicilia e a sud dall’arcipelago di Malta. Il colpo inferto da un drone marino, quasi certamente partito dalle coste africane e riconducibile alla strategia ucraina per colpire gli interessi energetici di Mosca, nella notte tra il 3 e il 4 marzo ha aperto uno squarcio nello scafo del gigante lungo 277 metri, costringendo i trenta membri dell’equipaggio, tutti di nazionalità russa, ad abbandonare la nave e a mettersi in salvo sulle scialuppe, dove furono poi recuperati dalle forze armate maltesi. L’imbarcazione, partita dal porto settentrionale di Murmansk e diretta verosimilmente verso le acque egiziane di Port Said, non è però affondata come inizialmente riferito dalle autorità libiche, trasformandosi in un relitto vagante carico di un potenziale inquinante spaventoso: oltre centoventimila metri cubi di gas naturale liquefatto e novecento tonnellate di gasolio pesante, una miscela esplosiva che giace nelle sue stive in attesa di un evento catastrofico.
Il rischio ambientale e la bomba ecologica nel cuore del Mediterraneo
Il pericolo concreto, sottolineato con forza dagli esperti del Wwf che seguono con apprensione la vicenda, non risiede unicamente nella possibilità di un incendio o di un’esplosione, quanto piuttosto negli effetti letali che una fuoriuscita di quelle sostanze provocherebbe su un ecosistema tra i più ricchi e fragili dell’intero bacino. L’area in cui la nave sta attualmente scarrocciando, localizzata a poche miglia da Linosa e Lampedusa, ospita una biodiversità straordinaria, con quasi tutte le specie marine protette del Mediterraneo che incrociano abitualmente quelle rotte, come il tonno rosso e il pescespada, e con fondali caratterizzati da ecosistemi profondi di inestimabile valore. Una dispersione di gasolio, o peggio la formazione di nubi criogeniche letali derivanti dal gas liquefatto, determinerebbe un danno irreversibile non solo per la fauna e la flora marina, ma anche per le economie locali delle isole Pelagie, che vivono di pesca e di turismo, e che si troverebbero a fare i conti con uno disastro le cui conseguenze si protrarrebbero per decenni.
Il braccio di ferro diplomatico tra Italia e Malta
Proprio in virtù di questo potenziale distruttivo, la macchina della protezione civile italiana si è attivata fin dai primi momenti, con la Marina Militare che ha inviato sul posto unità navali, un rimorchiatore e mezzi specializzati per il contenimento dell’inquinamento, pronti a intervenire qualora la situazione dovesse degenerare. Tuttavia, l’aspetto giuridico e diplomatico della vicenda presenta una complessità non indifferente, dato che la Arctic Metagaz, sebbene monitorata costantemente dai nostri mezzi, si trova all’interno della zona Sar, quella di ricerca e soccorso, di competenza maltese. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha riunito a Palazzo Chigi i ministri competenti per fare il punto, definendo una linea chiara: condividere con le autorità de La Valletta tutte le informazioni derivanti dal monitoraggio, offrendo supporto logistico e operativo, ma rimarcando al contempo che la palla delle decisioni concrete, come l’eventuale rimorchio della nave o la scelta di un porto dove metterla in sicurezza, spetta al governo di Malta. Le autorità dell’isola, dal canto loro, hanno già imposto una zona di sicurezza di cinque miglia nautiche attorno al relitto, intimando a qualsiasi altra imbarcazione di tenersi a debita distanza da quello che è stato definito, senza troppi giri di parole, un ordigno a orologeria galleggiante.
Le ombre della flotta fantasma russa e la paternità dell’attacco
Se le responsabilità dell’attacco non sono ufficialmente rivendicate da Kiev, la cui strategia di logoramento della marina mercantile russa è peraltro nota e si è già manifestata in numerose occasioni nel Mar Nero, Mosca non ha esitato a definire l’accaduto come un atto di terrorismo internazionale e di pirateria, una violazione inaccettabile delle norme del diritto marittimo. La nave colpita, è bene ricordarlo, fa parte di quella che viene comunemente definita come la flotta ombra della Federazione Russa, un insieme di circa seicento navi spesso vetuste e con proprietà poco trasparenti, utilizzate per aggirare le sanzioni imposte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, sanzioni che colpiscono proprio il commercio di idrocarburi destinato a finanziare lo sforzo bellico in Ucraina. L’incrocio di queste rotte, tra il porto di partenza di Murmansk e il Mediterraneo orientale, passando a volte per lo Stretto di Gibilterra e le coste spagnole, ha portato la Arctic Metagaz a transitare in acque internazionali a largo della Libia, dove i droni l’hanno centrata in pieno, innescando una catena di eventi che ora tiene col fiato sospeso le autorità di due paesi membri della Nato e dell’Unione Europea. La paternità dell’attacco, al di là delle accuse di Mosca, rimanda a fonti non ufficiali e a blogger ucraini che hanno diffuso le immagini della falla, ma nessuna dichiarazione ufficiale è giunta a confermare il coinvolgimento diretto di forze regolari di Kiev.




