L’incubo della Arctic Metagaz, bomba ecologica in deriva nel Mediterraneo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non bastavano i sabotaggi ai gasdotti Nord Stream, che avevano già dimostrato la fragilità delle infrastrutture energetiche europee, né gli attacchi continui a petroliere nel Mar Nero; oggi, il baratro verso cui stiamo scivolando – o meglio, la minaccia che sta navigando alla deriva – ha un nome preciso: Arctic Metagaz. Questa metaniera russa, una sorta di "fantasma" degli abissi lungo 277 metri e largo 43, vaga ormai in balia delle correnti e del maltempo nel cuore del Mediterraneo. Il suo carico, che rappresenta una potenziale catastrofe ambientale di proporzioni incalcolabili, tiene con il fiato sospeso le autorità portuali di mezza Europa, le quali, va detto, sembrano assistere impotenti alla deriva di questa "bomba a orologeria".

Secondo gli ultimi aggiornamenti forniti dalle autorità libiche per i trasporti marittimi, l’operazione di rimorchio della nave, tentata nelle prime ore del 2 aprile, è miseramente fallita. Il cavo d’acciaio che la legava al rimorchiatore si è spezzato come un filo di spago a causa delle condizioni meteorologiche avverse, lasciando lo scafo senza equipaggio – evacuato dopo l’esplosione subita il 3 marzo – completamente libero di muoversi nel Canale di Sicilia. L’Arctic Metagaz, quindi, non è più sotto il controllo di nessuno. Non solo: a bordo, dimenticate come polvere in una soffitta abbandonata, giacciono circa seicento tonnellate di carburante pesante e un carico di gas naturale liquefatto originariamente destinato all’Egitto, trasformando il relitto in una minaccia concreta sia per l’esplosione che per l’inquinamento.

L’ombra del conflitto e il rischio Italia

La vicenda dell’Arctic Metagaz, tuttavia, non è solo una cronaca di naufragio e mare in tempesta; affonda le sue radici nelle dinamiche oscure della guerra tra Ucraina e Russia. Le autorità di Mosca hanno subito inquadrato l’accaduto come un "atto di terrorismo internazionale", attribuendo l’attacco del 3 marzo a un’operazione con droni navali ucraini. A rendere il quadro ancora più inquietante, per noi italiani, è la consapevolezza di quanto il nostro territorio sia esposto a rischi simili. Basti pensare all’attentato sventato alla petroliera Seajewel al largo di Savona o alla posizione della nave rigassificatrice Italis LNG, ancorata nel porto di Piombino. Lì, a poche centinaia di metri dalle case dei cittadini e dalle rotte dei traghetti che collegano l’Isola d’Elba, il rischio di un incidente o di un sabotaggio – quest’ultimo sempre in agguato in tempo di guerra – trasformerebbe un’area turistica in una zona rossa.

L’Arctic Metagaz, in questo senso, rappresenta l’incubo divenuto realtà. L’Autorità libica per i porti ha lanciato l’allarme definendo la situazione "fuori controllo", un termine tecnico che suona come una sentenza. La nave russa, dopo aver abbandonato l’equipaggio (composto da trenta marinai russi, poi tratti in salvo), ha iniziato il suo vagabondaggio tra Malta, Linosa e le coste libiche, e la finestra di opportunità per intervenire si sta chiudendo rapidamente.

Un fallimento annunciato nelle operazioni di salvataggio

Il tentativo di rimorchio fallito nelle acque libiche non è stato un incidente isolato, ma la conferma di una difficoltà logistica enorme. L’Arctic Metagaz, inserita nelle liste delle sanzioni europee e statunitensi come parte della "flotta ombra" russa, rappresenta un rompicapo legale oltre che tecnico: nessuna società di salvataggio con sede in Europa può intervenire senza esporsi a ripercussioni normative, e la stessa titubanza delle autorità nel prendere in carico il relitto rischia di paralizzare qualsiasi azione concreta.

Ieri, le speranze di agganciare nuovamente lo scafo sono state spazzate via dal mare mosso, mentre l’ex petroliera procede alla deriva, inclinandosi pericolosamente su un fianco a causa delle falle causate dall’esplosione. Gli esperti di protezione civile che monitorano la situazione sanno bene che, in questo momento, si gioca una partita contro il tempo: se le 600 tonnellate di carburante dovessero disperdersi in mare, si creerebbe una macchia oleosa in grado di devastare le coste dell’isola di Gozo o dell’arcipelago maltese; se invece il gas dovesse incendiarsi o esplodere, l’onda d’urto e l’impatto termico sarebbero paragonabili a un ordigno di grossa portata.

I ministri della Difesa e dell’Ambiente si riuniscono a Roma per discutere il "Piano Mediterraneo", ma mentre loro parlano, la nave tace e si muove. Le autorità marittime hanno emesso avvisi ai naviganti per tenersi a distanza di sicurezza, ma questa soluzione passiva non fa altro che allontanare il problema, spostandolo da una giurisdizione all’altra come una patata bollente. Il Mediterraneo, culla di civiltà e oggi crocevia di guerre ibride, si ritrova così ostaggio di un relitto che nessuno vuole e che nessuno, al momento, riesce a domare.

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