La guerra in Iran fa volare i prezzi di benzina e diesel, gestori contro le compagnie: “Aumenti ingiustificati”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il conflitto in Iran, con le sue tragiche ricadute umanitarie e la sua capacità di infiammare un Medio Oriente già perennemente in bilico, ha varcato i confini geografici per materializzarsi, con la consueta e spietata immediatezza, nei tabelloni luminosi delle stazioni di servizio italiane. L’escalation militare, che ha visto gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi della Repubblica Islamica e la conseguente risposta di Teheran, ha innescato un’impennata delle quotazioni del greggio e, in maniera ancora più dirompente, dei prodotti raffinati. L’onda d’urto, partita dallo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia strategico attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto – ha raggiunto in poche ore le pompe di benzina italiane, riportando i prezzi a livelli che si sperava di aver archiviato. Le rilevazioni di Staffetta Quotidiana non lasciano spazio a interpretazioni: il costo del gasolio all’ingrosso ha fatto segnare un balzo superiore al 16%, toccando vette che non si registravano da oltre due anni, con le quotazioni della benzina che hanno aggiornato al rialzo i propri massimi.

La reazione dei listini e il balzo dei prezzi alla pompa

Di fronte a questo scenario, le principali compagnie petrolifere hanno operato una revisione al rialzo dei prezzi consigliati, con aumenti che, seppur differenziati da marchio a marchio, oscillano tra i quattro e i dieci centesimi al litro a seconda del carburante. Eni, stando a quanto riportato, ha ritoccato i listini di benzina e gasolio con incrementi rispettivamente di quattro e sette centesimi, mentre IP ha applicato un +4 sulla verde e un +10 sul diesel; Q8 e Tamoil hanno seguito a ruota, con variazioni comunque significative. L’effetto a catena si è tradotto, nell’arco di poche ore, in un aumento medio nazionale del prezzo in modalità *self* che ha portato la benzina a 1,698 euro al litro e il gasolio a 1,760 euro al litro, con punte ben più elevate sulla rete autostradale dove il servito ha ampiamente superato la soglia psicologica dei due euro. Il dato, peraltro, fotografa una situazione in divenire, considerando che i listini dei carburanti vengono aggiornati con frequenza e che la crisi internazionale, alimentata dall’incertezza sulla libertà di navigazione nel Golfo Persico, mantiene le quotazioni del Brent costantemente sopra gli ottanta dollari al barile.

La dura presa di posizione dei benzinai

Proprio in questo contesto di fibrillazione dei mercati si inserisce la protesta, netta e senza appello, delle associazioni dei gestori. Faib, Fegica e Figisc, le sigle che rappresentano i titolari degli impianti di carburante, hanno rotto gli indugi puntando il dito non contro la speculazione internazionale, quanto piuttosto contro le politiche di prezzo delle compagnie petrolifere. Il loro ragionamento parte da un presupposto preciso: le scorte di prodotto attualmente stoccate e vendute alla pompa sono state acquistate dalle stesse compagnie settimane o mesi fa, quando il costo del greggio e dei raffinati era sensibilmente più basso. Da qui l’accusa di ingiustificatezza degli aumenti messi in atto, ritenuti una speculazione che non trova riscontro nei reali costi di approvvigionamento del momento. I benzinai, che si vedono così scaricare addosso il malcontento di una clientela sempre più esasperata, chiedono per questo l’intervento del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e della Guardia di Finanza affinché si proceda a verifiche approfondite sulle giacenze di magazzino e sulle dinamiche che portano alla determinazione del prezzo finale.

Le ripercussioni sul tessuto economico e le richieste di intervento

Il timore, espresso a più voci dal mondo dei consumatori e delle imprese, è che questi rincari non rappresentino che la punta di un iceberg destinato ad affondare i bilanci di famiglie e attività produttive. Il Codacons, che già aveva sollevato perplessità sull’immediatezza dei rialzi, lancia l’allarme su un effetto domino inevitabile: l’aumento del costo del carburante, infatti, si riversa direttamente sull’88% delle merci trasportate su gomma, innescando una spirale inflazionistica che finirà per colpire i beni di prima necessità e, più in generale, l’intero carrello della spesa. Se a questo si aggiungono le previsioni di un rincaro delle bollette di luce e gas, quantificato in circa 166 euro annui a famiglia, il quadro che emerge è quello di una pressione economica generalizzata. Le associazioni dei gestori, pur consapevoli che la loro marginalità non aumenta con il salire dei prezzi – guadagnano una percentuale fissa sul volume venduto e non sul valore – chiedono quindi misure di trasparenza e controlli serrati per accertare che non vi siano comportamenti lesivi della concorrenza e dei diritti dei consumatori, in attesa che la diplomazia internazionale provi a ricucire uno strappo che, intanto, si allarga sulle tasche degli italiani.

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