Prezzi di benzina e diesel, la guerra in Iran spinge i listini ma i benzinai protestano: “Rincari ingiustificati”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Medio Oriente, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran e la conseguente risposta di Teheran, ha innescato una scossa tellurica sui mercati delle materie prime, le cui onde d’urto stanno raggiungendo ora la rete dei distributori italiani. Le quotazioni del gasolio, in particolare, hanno subito un’impennata superiore al sedici per cento, riportando l’indice ai livelli che non si registravano dal febbraio del 2024, mentre per la benzina si parla di un masso toccato lo scorso giugno. Questo scenario, determinato dal blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz e dagli attacchi alle infrastrutture energetiche qatariote, ha spinto i listini delle principali compagnie petrolifere a ritoccare al rialzo i prezzi consigliati, con aumenti che vanno dai tre ai sei centesimi al litro a seconda del marchio e del prodotto. Il clima di forte tensione internazionale, dunque, sta già producendo i suoi effetti, con la benzina in modalità self service che viaggia ora su una media nazionale di 1,674 euro al litro e il diesel che la supera, attestandosi a 1,728 euro al litro, una forbice che vede il gasolio stranamente più caro della verde.

La protesta dei gestori tra aumenti e accise

Può sembrare un paradosso, ma a sollevare la voce contro questi rincari non sono soltanto le associazioni dei consumatori, bensì gli stessi benzinai. Gli esercenti, che quei carburanti li vendono quotidianamente, si trovano in una posizione scomoda, costretti a subire le decisioni a monte della filiera e a fronteggiare il malcontento della clientela. Secondo i gestori, gli aumenti praticati in questi giorni — che in alcuni casi raggiungono i sei centesimi al litro — appaiono quantomeno prematuri e difficilmente giustificabili alla luce dei fondamentali di mercato correnti. La loro tesi, suffragata anche da alcune analisi, è che questi rialzi non riflettano tanto il costo attuale della materia prima, quanto una mera aspettativa speculativa su quelli che potrebbero essere i prossimi sviluppi del conflitto. Un’accusa pesante, quella di speculare sulla paura, che getta un’ombra sulle dinamiche di formazione del prezzo finale, ricordando per certi versi le polemiche sui cosiddetti profittatori di guerra.

I rincari del gasolio mettono in allarme le filiere produttive

A preoccupare, in questa fase, non è soltanto il costo del pieno per l’automobilista medio, ma l’effetto a cascata che l’aumento del gasolio — bene primario per l’agricoltura e l’autotrasporto — potrà avere sull’intero sistema economico. Le quotazioni del diesel, infatti, sono schizzate verso l’alto con una violenza inaspettata, toccando picchi che non si vedevano da mesi e superando in diverse regioni, come la Sicilia o la Valle d’Aosta, la soglia psicologica di 1,8 euro al litro per il servito. Questo balzo in avanti, che arriva peraltro in un momento in cui il riallineamento delle accise ha già di per sé appesantito il costo del gasolio rispetto alla benzina, rischia di tradursi in un rincaro generalizzato dei beni di largo consumo, il cui trasporto avviene prevalentemente su gomma. Le prime avvisaglie si sono già viste sul fronte del Gnl per autotrazione, le cui quotazioni si mantengono stabilmente su livelli elevati, attorno a 1,23–1,32 euro al chilogramzo tra rete ordinaria e autostradale, un ulteriore colpo per chi ha convertito la propria flotta a metano liquido.

Il fronte energetico e le ripercussioni sui mercati globali

Mentre i benzinai italiani denunciano l’ingiustizia di questi aumenti, il quadro geopolitico resta drammaticamente incerto e continua a dettare legge sui mercati. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del Gnl mondiale, ha già provocato un'impennata del prezzo del gas al TTF di Amsterdam, e gli analisti non escludono scenari ben peggiori se il conflitto dovesse protrarsi. L’amministrazione Trump, che ha guidato l’attacco, non ha per ora mostrato l’intenzione di attingere alle riserve strategiche di petrolio per calmierare i listini, lasciando che sia il mercato a trovare un nuovo equilibrio, sebbene a costi sociali elevatissimi. In questo contesto, i prezzi alla pompa in Italia — storicamente tra i più alti d’Europa a causa del peso delle accise e dell’Iva — diventano la cartina di tornasole di una vulnerabilità energetica che il Paese sembra non riuscire a colmare, sballottato tra crisi internazionali e dinamiche speculative interne.

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