Il «li riporteremo all’età della pietra»: l’eredità di LeMay e la trappola di Trump nel conflitto con l’Iran
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Redazione Esteri
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La minaccia, pronunciata dal presidente americano Donald Trump, di bombardare l’Iran «riportandolo all’età della pietra» ha fatto il giro del mondo, suonando brutale e offensiva, ma chi conosce la storia della retorica bellica a stelle e strisce sa bene che questa frase non è affatto nuova. È anzi il segnale classico, quasi un rituale, che accompagna il raggiungimento di un certo stadio – di solito quello finale – di ogni guerra combattuta dagli Stati Uniti. L’idea stessa di radere al suolo un paese, di ridurne le infrastrutture e le città in cenere, trova il suo teorizzatore nel generale dell’aeronautica Curtis LeMay, l’uomo che nel 1945, quando Tokyo e le altre principali città giapponesi venivano sistematicamente incendiate per piegare la volontà dell’imperatore Hirohito, coniò di fatto questo approccio. Le sue bombardieri, operanti a bassa quota con ordigni incendiari, avevano già dimostrato sul campo cosa significasse davvero “riportare all’età della pietra” una nazione intera, anticipando di decenni le parole che oggi riecheggiano nel Golfo Persico.
La retorica della cenere: un classico della strategia americana
A ben vedere, quella di Trump non è nemmeno la prima variante di questa espressione utilizzata in Medio Oriente. Alcuni veterani della politica estera ricordano bene come frasi simili fossero già circolate sotto l’amministrazione Bush, in particolare alla vigilia dell’intervento in Afghanistan del dicembre 2001, quando si cercava di castigare il regime talebano per aver protetto Osama Bin Laden, il regista dell’11 settembre. In quel caso, l’obiettivo era dissuadere e punire; oggi, però, il contesto è radicalmente diverso. L’Iran, a differenza dei talebani dell’epoca, è un paese di circa 93 milioni di abitanti con una struttura militare complessa e la capacità di bloccare il traffico petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz. Eppure, nonostante la posta in gioco sia altissima, il presidente sembra riproporre lo stesso copione verbale, forse senza comprendere appieno che ciò che funzionava contro il Giappone feudale o una guerriglia afghana rischia di rivelarsi un boomerang contro una potenza regionale come Teheran.
L’analisi di Bremmer: rabbia e incapacità decisionale
Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, appare letteralmente basito di fronte a questa escalation verbale. «Non sono abituato – ha dichiarato il politologo – a sentire il presidente degli Stati Uniti usare parolacce così pesanti». Ma ciò che più allarma Bremmer non è tanto la volgarità in sé, quanto ciò che questo linguaggio violento rivela sullo stato d’animo del comandante in capo. Secondo l’analista, Trump è profondamente arrabbiato perché, nel suo intimo, percepisce che la guerra non sta andando secondo i piani; il problema, aggiunge Bremmer, è che «non ha nessuno da incolpare se non se stesso». L’analisi si fa più cupa quando il fondatore di Eurasia sottolinea come il presidente veda ormai il conflitto esclusivamente in termini personali, piuttosto che nazionali. Questa prospettiva distorta, alimentata dalla frustrazione per una controffensiva iraniana che non accenna a cedere, sta offuscando pericolosamente le sue capacità decisionali, intrappolando l’amministrazione in una spirale di violenza verbale che riduce gli spazi per una soluzione diplomatica.
Il prezzo economico di una retorica spietata
Mentre le bombe (verbali e reali) cadono, il mondo osserva con crescente ansia l’ago della bilancia economica. Il Fondo Monetario Internazionale ha già avvertito che il protrarsi delle ostilità, unito al blocco di Hormuz, sta provocando perturbazioni significative sui mercati globali, con un’impennata del prezzo del greggio che rischia di risvegliare l’inflazione. In questo quadro, l’uscita trumpiana non è solo una minaccia per Teheran, ma diventa un boomerang per l’economia occidentale. Se il mondo scivolerà verso una recessione – e molti analisti temono che sia già iniziata – non resterà che pronunciare un semplice, amaro «Grazie Trump». Una formula che racchiude la consapevolezza che la responsabilità degli effetti economici di questa guerra ricade proprio su chi ha scelto di alzare il tiro senza avere una chiara via d’uscita. L’idea di presentare questa crisi come un’operazione rapida è ormai svanita, sostituita da un’incertezza strisciante che alimenta inflazione, tassi in salita e un clima di sfiducia destinato a lasciare tracce profonde sulle economie globali.




