Trump: “3 settimane e riporteremo l’Iran all’età della pietra”
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Redazione Esteri
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Sono le nove di sera sulla East Coast quando Donald Trump, tornato alla Casa Bianca in qualità di presidente degli Stati Uniti, si affaccia metaforicamente davanti alle telecamere per un intervento in prime time che durerà esattamente diciotto minuti e trenta secondi. Il tema, lo scenario, è la guerra in Iran – iniziata ormai trentadue giorni fa – e il presidente americano non usa giri di parole nel descrivere quella che, a suo avviso, è la fase finale dell’operazione militare. “Siamo sulla buona strada per completare in breve tutti gli obiettivi militari americani”, scandisce, e poi arriva la frase destinata a fare il giro del mondo: “Per le prossime due o tre settimane continueremo a colpire duramente per riportarli all’età della pietra”. Un’espressione, quest’ultima, che evoca una cancellazione delle infrastrutture e della capacità di resistenza del paese mediorientale, senza che il presidente entri però nei dettagli operativi del piano.
Lo Stretto di Hormuz e la sfida del petrolio
Uno dei nodi centrali del conflitto, lo si capisce ascoltando le parole di Trump, resta lo Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso cui transita una fetta significativa del greggio mondiale. Il presidente americano tiene a precisare un punto, e lo fa con la consueta enfasi: gli Stati Uniti non importano petrolio da quella via, non ne hanno bisogno. “I paesi che lo ricevono da lì, vadano allo Stretto e se lo prendano”, afferma, quasi a scaricare sui partner internazionali l’onere di garantire i propri approvvigionamenti. C’è però una promessa implicita: una volta che la guerra finirà, lo Stretto “riaprirà naturalmente”. Una riaffermazione, quella di Trump, che non lascia spazio a interpretazioni ambigue sulla volontà di proseguire nell’offensiva, indipendentemente dalle ripercussioni sul commercio marittimo globale.
La telefonata Meloni-Starmer e la de-escalation
Mentre dalla Casa Bianca arrivano queste dichiarazioni, sul fronte diplomatico europeo si muovono i due leader di Italia e Regno Unito. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha avuto oggi una conversazione telefonica con il primo ministro britannico Keir Starmer, un colloquio incentrato sulla situazione di sicurezza nello Stretto di Hormuz. I due, stando a quanto riportato, hanno discusso della crisi e delle sue ricadute sulla stabilità regionale, senza trascurare l’impatto sui mercati energetici mondiali. Hanno convenuto, in particolare, sull’urgente necessità di un allentamento delle tensioni – quella che in gergo viene chiamata de-escalation – e hanno sottolineato l’importanza di riaprire il passaggio marittimo per restituire libertà di navigazione. L’attuale interruzione, hanno rilevato, sta avendo un effetto notevole sul trasporto marittimo globale, con un conseguente aumento dei costi in tutto il mondo.
La riunione virtuale della Coalizione per Hormuz
Sempre oggi, secondo quanto anticipato dai media britannici, si svolge in formato virtuale una riunione annunciata dallo stesso Starmer, che vede coinvolti i rappresentanti di trentacinque paesi, europei e non, aderenti a una sorta di “Coalizione per Hormuz”. L’obiettivo dichiarato è quello di coordinare le posizioni sulla crisi, anche se le dichiarazioni pubbliche finora emerse lasciano intendere una certa distanza tra la linea dura americana e la cautela europea. Meloni e Starmer, nel loro scambio telefonico, hanno posto l’accento proprio sulla necessità di ripristinare la libera navigazione, quasi a voler costruire un fronte alternativo – o quanto meno complementare – rispetto all’approccio militare scelto da Washington. Resta il fatto, e i numeri lo confermano, che lo Stretto di Hormuz rappresenta un collo di bottiglia per le economie occidentali, e la guerra in Iran ne ha già alterato profondamente gli equilibri.




