Iran, il nastro trasportatore della morte gira a tutta velocità

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La mattina del 2 aprile, senza che i riflettori internazionali potessero accendersi in tempo, Amihossein Hatami è stato messo a morte. Il suo nome – uno tra i tanti, in fondo – si aggiunge a una lista che, settimana dopo settimana, si allunga senza sosta. E non è solo il suo caso, perché a cavallo tra marzo e aprile il regime iraniano ha dato seguito a una sequenza di esecuzioni che coinvolge prigionieri politici e dissidenti, molti dei quali arrestati nel contesto delle proteste scoppiate a gennaio. Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Akbar (Shahrokh) Daneshvarkar e Mohammad Taghavi Sangdehi: ecco gli ultimi quattro finiti sul patibolo alla fine di marzo. Prima di loro, il 19 marzo, erano toccati a Saeed Davodi, Mehdi Ghasemi e Saleh Mohammadi, un ragazzo di appena diciannove anni che era anche atleta della nazionale iraniana di lotta libera. Un dettaglio, quest’ultimo, che restituisce l’idea di chi venga oggi preso di mira: non solo attivisti o militanti, ma giovani comuni, figure pubbliche persino, annientate con la stessa, spietata routine.

La denuncia del Ncri: il rischio di un nuovo 1988

A lanciare l’allarme, in queste ore, è stato il Consiglio nazionale della resistenza dell’Iran (Ncri), un’organizzazione che da decenni monitora la repressione interna. Il suo presidente della Commissione per gli affari esteri, Mohammad Mohaddessin, ha parlato senza mezzi termini di un potenziale “massacro” su larga scala. Perché il timore, fondato su ciò che si sta verificando sotto i suoi occhi, è che l’attuale ondata di esecuzioni rappresenti il preludio a qualcosa di ben più sistematico. Mohaddessin ha richiamato esplicitamente il precedente del 1988, quando – secondo la ricostruzione fornita dal Ncri – il regime giustiziò in massa circa trentamila prigionieri politici. Non si tratta, nelle sue parole, di una semplice recrudescenza della pena capitale, bensì di un possibile copione già scritto: il nastro trasportatore della morte, per usare un’immagine cruda, sta girando a tutta velocità, e le impiccagioni attuali potrebbero essere solo il primo atto.

I sette condannati che rischiano l’impiccagione imminente

L’attenzione degli osservatori si concentra ora su sette nomi. Vahid Bani Amerian, Abolhassan Montazer, Mohammad Amin Biglari, Ali Fahim, Abolfazl Salehi Siavashani, Amirhossein Hatami (appena eseguito, come detto) e un certo Vahedparast Kolo: sono loro i prossimi a essere passati per la corda, se non interverrà alcuno stop. Di questi, cinque – Biglari, Fahim, Salehi Siavashani, Hatami e Kolo – erano stati arrestati proprio durante le proteste di gennaio. La loro colpa, secondo l’accusa, è di aver incendiato una base dei paramilitari basij nella capitale Teheran. Un reato che il tribunale islamico ha qualificato come *moharebeh*, ovvero “inimicizia contro Dio”, una delle accuse più gravi previste dal codice penale iraniano e che di fatto rende obbligatoria la pena capitale. Nessuna possibilità di clemenza, nessun margine per un ricorso sostanziale: la macchina giudiziaria procede spedita, e la sentenza si traduce in esecuzione nel giro di poche settimane.

Due guerre parallele, dentro e fuori i confini

In Iran, in questo momento, si muore sotto i bombardamenti – quelli israeliani o quelli legati alle tensioni regionali – e si muore impiccati dal regime. Due guerre parallele che si alimentano a vicenda: da un lato la repressione interna, dall’altro la proiezione esterna di un potere che non tollera scricchiolii. L’esecuzione di Ali Akbar Daneshvar Kar e Mohammad Taghavi Sangdehi, avvenuta all’alba del 30 marzo, è stata la conferma che il ritmo non rallenta. E quella di Saleh Mohammadi, il lottatore diciannovenne, ha avuto un valore esemplare: un monito chiaro a chiunque voglia ribellarsi, un presagio di ciò che potrà accadere a chiunque, anche a un giovane atleta con un futuro sportivo davanti, osi scendere in piazza. Il regime, insomma, non fa distinzioni: la dissidenza si paga con la vita, e il patibolo diventa lo strumento principale per spegnere ogni focolaio di protesta.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.