‘Canzonissima’ tra nostalgia e strategie: il remake che (non) sorprende
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un nome, quello di Canzonissima, che rievoca un’epoca in cui la televisione era considerata, a tutti gli effetti, una cassa di risonanza nazionale; ma la sua ultima reincarnazione, affidata a Milly Carlucci e andata in onda sabato 21 marzo sull’Auditorium Rai del Foro Italico, rischia di configurarsi come l’ennesimo esercizio di nostalgia confezionato per un pubblico che, per usare un eufemismo, la Rai immagina prevalentemente ancorato a certe abitudini seriali. Il meccanismo, del resto, è tanto consolidato quanto prevedibile: si pesca a piene mani da un repertorio che va da Mina agli 883, si ripropongono brani come “Città vuota”, “Bella vera” o “Pregherò” affidandoli a interpreti contemporanei – Riccardo Cocciante, Arisa, Elio e le Storie Tese, Enrico Ruggeri, solo per citarne alcuni – e il risultato, almeno in termini di ascolti grezzi, si rivela difensivamente accettabile. I dati della prima serata raccontano di 2 milioni 582mila spettatori, pari al 22.5% di share, un dato che, se posto a confronto con il 23.8% e i 3 milioni 295mila di Amici su Canale 5, suggerisce una tenuta più che una vittoria.
Il peso dei numeri e la strategia del déjà-vu
La sfida del sabato sera, quella che oppone Milly Carlucci a Maria De Filippi, ha assunto da tempo i contorni di una consuetudine quasi rituale; e in questo caso, se si osserva il dato grezzo dello share, il divario appare contenuto, ma a fare la differenza è la capacità di *Amici* di trattenere il pubblico in un’arco temporale più lungo e compatto. La *nuova* *Canzonissima*, invece, si è protratta per circa mezz’ora in più rispetto alla rivale, un dettaglio tecnico che nella distribuzione degli spettatori incide sul dato medio. Più che a un progetto di innovazione, si assiste a un’operazione di restauro museale: il format, che la stessa Rai definisce “originale e contemporaneo” nel comunicato stampa, si regge in realtà su un’impalcatura narrativa già vista, dove il valore aggiunto dovrebbe essere rappresentato dalle storie personali degli artisti e dal “grande patrimonio della musica italiana”. Ma il rischio, come talvolta accade in queste riedizioni, è che la celebrazione finisca per assomigliare a una cover ben confezionata, priva di quell’imprevedibilità che un tempo costituiva l’anima del varietà.
Un Titolo storico per un prodotto cautelativo
Il ritorno di un marchio come *Canzonissima*, che per anni ha appassionato milioni di telespettatori nell’allora Programma Nazionale, porta con sé una responsabilità editoriale non indifferente; tuttavia, la messa in onda di questa edizione – prevista per sei settimane – rivela una certa prudenza nella costruzione del palinsesto. Si prendono artisti di solida caratura (da Fausto Leali a Irene Grandi, da Malika Ayane a Michele Bravi, passando per i Jalisse, Paolo Jannacci e il tenore Vittorio Grigolo) e li si inserisce in una struttura che privilegia la riproposizione di brani celebri rispetto alla creazione di un linguaggio nuovo. La diretta dall’Auditorium, poi, se da un lato garantisce una certa solennità scenica, dall’altro impone una rigidità che mal si concilia con la spontaneità che ci si aspetterebbe da un revival pensato per “entusiasmare il pubblico”.
La fotografia del pubblico e i limiti della nostalgia
I numeri, quelli certi, restituiscono un’Italia divisa di fronte allo schermo, ma non raccontano – né potrebbero farlo – la qualità effettiva dell’intrattenimento proposto. Se si considera la schiera di cantanti coinvolti, molti dei quali hanno segnato decenni diversi della musica italiana (da Riccardo Cocciante, con il suo repertorio immortale, a Elettra Lamborghini, espressione di una contemporaneità più leggera), si ha la sensazione di un cast assemblato con l’obiettivo di coprire il maggior numero possibile di fasce demografiche. Eppure, è proprio questa operazione di “copertura” a tradire la natura del programma: più che un racconto organico della canzone italiana, si assiste a una sfilata di interpreti chiamati a misurarsi con brani altrui, in una formula che molti, non a torto, hanno già ribattezzato *Coverissima*.
La trasmissione, insomma, si muove su un crinale ambiguo: da una parte c’è la volontà dichiarata di restituire dignità a un titolo storico, dall’altra l’evidenza di un prodotto costruito per non correre rischi, dove il valore della playlist – compilabile quasi automaticamente attingendo a stazioni radio del passato – finisce per sostituire la necessità di un’idea forte di spettacolo. Resta da chiedersi, osservando i dati di ascolto che hanno premiato di misura la concorrenza, se l’operazione nostalgia sia ancora sufficiente a reggere il confronto con una macchina dell’intrattenimento più moderna e fluida come quella messa in campo da Maria De Filippi. Al momento, Canzonissima c’è, nel nome e nella forma; ma il suo destino, a giudicare dalle premesse, appare già scritto nelle pieghe di un meccanismo che non prevede colpi di scena.




