La Rai riporta in tv ‘Canzonissima’ tra effetto nostalgia e un cast di big della musica e della tv

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La macchina televisiva pubblica, in un sabato sera di fine marzo che sa di attesa e di ritorno al passato, accende i riflettori su un nome che per decenni ha rappresentato uno dei contenitori più amati – e più discussi – della musica leggera italiana. Da stasera, sabato 21 marzo, va in onda su Raiuno la nuova edizione di “Canzonissima”, format storico che torna in prima serata dopo un’assenza lunga mezzo secolo. L’ultima puntata originale risaliva al 6 gennaio 1975, mentre la prima assoluta andò in scena il 22 ottobre 1958: una distanza temporale che la Rai ha scelto di colmare con un progetto che, a guardare il cast e la struttura, punta a unire la memoria collettiva a una formula rinnovata.

A tenere le redini della diretta, in arrivo dall’Auditorium Rai del Foro Italico, c’è Milly Carlucci. È lei stessa, del resto, a definire l’operazione come una “Canzonissima 2.0”, consapevole della responsabilità di riattivare un meccanismo che per generazioni di telespettatori ha rappresentato un appuntamento fisso. La conduttrice, che non nasconde il peso di un simile ritorno, si trova ora a gestire un equilibrio delicato: da un lato la fedeltà a un immaginario radicato, dall’altro la necessità di non scivolare in una mera operazione nostalgica.

I cantanti in gara e il meccanismo dei “Magnifici sette”

Il cuore musicale della trasmissione è affidato a quattordici artisti, scelti tra nomi di lungo corso e alcuni dei big che quest’anno hanno calcato il palco dell’Ariston. Una selezione che mescola generazioni e stili, con l’obiettivo dichiarato – almeno nella struttura – di riproporre la formula della competizione canora. A decidere, sera dopo sera, quale sarà la “Canzonissima” di puntata non sarà però solo il pubblico da casa né una giuria tecnica tradizionale. Il compito spetta infatti a un gruppo definito “Magnifici sette”, composto da volti noti del mondo dello spettacolo e dell’informazione: Claudio Cecchetto, Francesca Fialdini, Pierluigi Pardo, Riccardo Rossi, Simona Izzo, Caterina Balivo e Giacomo Maiolini. Ognuno di loro, con un proprio metro di giudizio e una propria sensibilità, contribuirà a orientare la scelta della serata.

La presenza di questi sette nomi, peraltro, aggiunge un ulteriore strato televisivo alla trasmissione, trasformando il momento del giudizio in una sorta di seconda scena. Se la gara è affidata ai cantanti, la cornice che li avvolge finisce così per richiamare le dinamiche tipiche del varietà d’autore, dove il commento e la discussione tra i “giurati” diventano parte integrante dello spettacolo.

L’ombra lunga di Sanremo e il paragone con i Jalisse

Non è sfuggito, a chi ha avuto modo di osservare la scaletta e il cast, un evidente parallelismo con il Festival di Sanremo. L’accostamento, del resto, è quasi naturale: molti dei cantanti in gara provengono proprio dall’ultima edizione della kermesse, e la struttura a eliminazione ricorda da vicino il meccanismo della competizione festivaliera. C’è però una differenza, sottolineata con una certa ironia dai primi commenti, che riguarda un dettaglio non secondario: nella lista degli artisti figurano anche i Jalisse, mentre tra i big sanremesi di quest’anno spiccava il nome di Sal Da Vinci. Una sostituzione simbolica che, per chi segue con attenzione le dinamiche della musica leggera, rappresenta quasi una dichiarazione d’intenti: la Rai, in questo caso, sceglie di pescare a piene mani dal proprio archivio storico, affidandosi a un gruppo che proprio all’eterno ritorno mancato a Sanremo ha legato gran parte della propria popolarità.

Il dubbio, insomma, è sottile: ci si trova davanti a un vero e proprio revival di “Canzonissima” o a una declinazione estiva – seppur in primavera – del festival per eccellenza? La risposta, probabilmente, la darà il pubblico nelle prossime sei puntate, misurando l’efficacia di questa operazione che la Rai ha voluto collocare nella fascia più ambita della settimana.

Un format che guarda al passato senza rinunciare al presente

La scelta di riportare in vita un Titolo così iconico non è certo neutra. “Canzonissima”, per chi ha vissuto gli anni d’oro della televisione italiana, non era semplicemente un programma musicale: era un appuntamento che scandiva il tempo, una vetrina per i cantanti e un termometro del gusto popolare. Il fatto che la Rai abbia deciso di ripartire da lì, con una conduttrice abituata a gestire grandi macchine da intrattenimento come Milly Carlucci, racconta una strategia chiara. Non si tratta solo di attingere a un patrimonio di archivio, ma di provare a restituire a un pubblico ampio – quello del sabato sera generalista – una formula che mescoli la gara canora, il commento dei personaggi noti e la diretta dal vivo.

I cantanti selezionati, dal canto loro, rappresentano un compromesso tra la necessità di garantire qualità vocale e quella di assicurarsi nomi in grado di catalizzare l’attenzione. Alcuni di loro hanno decenni di carriera alle spalle, altri sono reduci dal recente successo sanremese, ma tutti si trovano ora a misurarsi con un palcoscenico che, per tradizione, ha sempre richiesto una certa dose di coraggio. La diretta, poi, è un’altra variabile non secondaria: in un’epoca in cui il registrato e il rimontato dominano gran parte dell’offerta televisiva, il ritorno a una trasmissione in diretta comporta un rischio calcolato, ma anche la possibilità di ricreare quella sensazione di evento che il pubblico sembra cercare sempre di più.

La sfida, per la Rai, è riuscire a tenere insieme più livelli: la gratificazione del pubblico nostalgico, che ritrova un nome familiare; l’interesse degli appassionati di musica, che potranno seguire le esibizioni dal vivo; e infine la curiosità verso un meccanismo di giudizio affidato a sette personalità dal profilo tanto diverso tra loro. Che l’operazione riesca o meno a trasformarsi in un appuntamento solido per i prossimi anni, lo diranno gli ascolti e, forse, la capacità di questa “Canzonissima 2.0” di costruire un’identità propria, senza limitarsi a replicare le glorie del passato né a inseguire l’ultimo festival di Sanremo.

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