Canzonissima 2026, il remake che non voleva essere una gara e invece è solo un’altra cover

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’operazione nostalgia, si sa, è il grande collante del servizio pubblico quando il termometro degli ascolti inizia a scendere pericolosamente. E così, dalla cassa degli attrezzi di viale Mazzini, è stata rispolverata la polverosa insegna di Canzonissima, un Titolo che da solo, nella sua accezione storica, valeva più di qualsiasi investimento pubblicitario. Il debutto di sabato scorso, però, ha restituito l’immagine di un programma che di “nuovo” ha ben poco, fatta eccezione per l’insegna luminosa sopra la testa di Milly Carlucci. La conduttrice, impeccabile nel portamento ma definita da più parti “troppo ingessata” per un varietà che vorrebbe essere festoso, ha ereditato un format che, paradossalmente, ha capovolto la natura originaria del gioco: non più una gara tra cantanti per aggiudicarsi il titolo, bensì una competizione tra brani, o meglio tra cover. Ogni artista in gara sceglie un pezzo del passato—da Mina a Celentano, passando per gli 883—che ha segnato la propria vita, nell’illusoria speranza di farne la “Canzonissima” del 2026.

Il meccanismo, a ben vedere, si regge su una semplicità che rasenta l’ovvietà: si radunano interpreti di buon livello, si stilano playlist che sembrano uscite da un jukebox d’epoca (basti pensare a “Città vuota”, “Bella vera” o “Pregherò”) e si lascia che la macchina dell’emozione faccia il resto. Ed è proprio lì, in quel vuoto di creatività, che emergono le individualità. Se Milly Carlucci ha incassato una sufficienza risicata per la gestione di un impianto registico che molti hanno giudicato rigido, c’è chi ha saputo ribaltare il senso della serata. Michele Bravi, con la sua interpretazione, ha ricevuto un plauso unanime, riuscendo a imporre una cifra emotiva talmente alta da rendere quasi secondario il meccanismo competitivo. E tuttavia, anche di fronte a tali picchi di intensità artistica, la sensazione di fondo è quella di trovarsi di fronte a Coverissima, una trasposizione televisiva dove lo sforzo creativo richiesto agli autori è pari a quello di selezionare una stazione radiofonica tematica.

Del resto, i numeri del primo confronto—quello che ormai viene letto come un derby settimanale tra Rai e Mediaset—parlano un linguaggio che, seppur chiaro, merita qualche approfondimento. Da un lato, Maria De Filippi con Amici mantiene la leadership consolidando un esercito di 3 milioni e 295mila spettatori, pari a uno share del 23.8%. Dall’altro lato, Milly Carlucci si è dovuta accontentare di 2 milioni e 582mila spettatori, equivalenti al 22.5% di share, chiudendo la propria programmazione circa mezz’ora dopo rispetto alla rivale di Canale 5. Un distacco, questo, che seppur contenuto nel divario percentuale, racconta la difficoltà di un’operazione che punta tutto sul richiamo affettivo di un pubblico, quello di Raiuno, storicamente abituato a certi rituali del sabato sera.

Eppure, la mossa di resuscitare uno dei titoli più mitici della televisione italiana rischia di rivelarsi un boomerang sotto il profilo dell’identità. Il vecchio Canzonissima, per quanto vissuto in epoche e modalità diverse, era sinonimo di gara vera, di classifica, di competizione feroce e patinata. La versione 2026, invece, si presenta come un varietà camuffato da talent, dove il giudizio non grava sulla carriera dell’artista ma sul valore sentimentale di un brano. Questa scelta, che molti detrattori hanno definito “mortalmente prevedibile”, ha trasformato quella che avrebbe potuto essere una sfida generazionale in un semplice esercizio di stile. Se il pubblico a casa sembra essersi diviso, fotografando un Paese che guarda la tv con occhi diversi, la sostanza è che l’usato sicuro—che il primo sabato ha fruttato il 22.5% di share—non è bastato per scalfire l’egemonia del talent di Canale 5, confermando che la nostalgia, da sola, non basta più per vincere la guerra degli ascolti.

Il paradosso di una gara senza concorrenti

L’elemento più singolare della nuova edizione, e forse anche il più discusso tra gli addetti ai lavori, risiede nella natura stessa della competizione. Poiché non sono i cantanti a essere giudicati, ma esclusivamente i brani che questi scelgono di omaggiare, il programma azzera di fatto la tensione agonistica personale. Si tratta di una scelta di formato che, se da un lato elimina il rischio di screzi o dinamiche conflittuali tipiche dei talent show, dall’altro finisce per appiattire ogni slancio narrativo. Gli artisti, in questo contesto, diventano semplici esecutori—per quanto tecnicamente preparati—di un repertorio che non li appartiene in prima persona, se non attraverso il filtro del ricordo. Quel ricordo, che viene esibito come un trofeo privato durante le interviste, dovrebbe fungere da collante con lo spettatore, ma rischia di trasformare la serata in un lungo esercizio di nostalgia collettiva, privo del mordente della competizione vera e propria.

L’analisi del confronto diretto tra le due reti

Osservando il dato auditel con la lente della programmazione strategica, emerge un dato significativo legato alla durata e al posizionamento. La scelta di Rai1 di prolungare *Canzonissima* oltre l’orario di chiusura di *Amici* ha consentito alla trasmissione di Milly Carlucci di accumulare ascolto nella coda serata, recuperando terreno in termini di share finale. Tuttavia, questo espediente tecnico non ha scalfito la supremazia in termini di spettatori medi mantenuta da Canale 5. La sfida, insomma, è stata vinta sul piano dei numeri assoluti dalla De Filippi, ma il margine relativamente stretto lascia intendere che il bacino di pubblico interessato a un’operazione nostalgica di questa portata esiste ed è ancora numericamente consistente. Resta da capire, e sarà il trend delle prossime settimane a dirlo, se questo pubblico resisterà alla tentazione di cambiare canale di fronte a una formula che molti hanno già etichettato come statica e prevedibile.

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