«Il declino cognitivo e quella riduzione del 25 per cento: la sfida dei vent’anni sull’allenamento mentale»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il caso, quando si parla di prevenzione della demenza in età avanzata, è sempre stato minato da una cautela di fondo, talvolta persino dallo scetticismo: troppe app vendute come rimedi miracolosi, troppe promesse di ringiovanimento cerebrale prive di riscontri clinici robusti. Eppure, dopo decenni di dibattiti — si pensi alle accese lettere aperte che nel 2014 avevano diviso la comunità scientifica — qualcosa si muove, e lo fa sulla base di dati che, per la prima volta, portano la firma di uno studio randomizzato e controllato, il cosiddetto gold standard della ricerca medica -1-2. A pubblicarli è il gruppo coordinato da Marilyn Albert, che dirige l’Alzheimer’s Disease Research Center presso la Johns Hopkins Medicine, sulle pagine di Alzheimer’s & Dementia: Translational Research and Clinical Interventions -3-5. Non si parla di farmaci né di costosi trattamenti, bensì di un esercizio mentale specifico — la velocità di elaborazione visiva — proposto a oltre duemilaottocento over-sessantacinque, seguiti poi per un arco temporale che pochi trial possono vantare: vent’anni esatti -7.

Il protocollo, l’adattività e la scommessa sui «richiami»

L’impianto dello studio ACTIVE — Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly — risale alla fine degli anni Novanta, quando i partecipanti vennero suddivisi in quattro bracci: tre dedicati ad altrettante forme di training cognitivo, rispettivamente memoria, ragionamento e velocità di processamento, e un gruppo di controllo privo di qualsiasi intervento -5-7. La parte che oggi attira l’attenzione della comunità internazionale è quella relativa all’allenamento della velocità, un compito computerizzato noto come Double Decision nel quale il soggetto deve identificare un’automobile e un segnale stradale che compaiono per frazioni di secondo sullo schermo, con l’aggiunta progressiva di elementi distrattori e una riduzione costante dei tempi di esposizione -2-3. A differenza degli altri due tipi di training, che procedevano per strategie uguali per tutti, questo esercizio era adattivo: il livello di difficoltà cresceva in tempo reale in base alla risposta individuale, spingendo ciascuno poco oltre il proprio limite, un meccanismo che alcuni neuroscienziati, intervistati dal New Scientist, definiscono «determinante per il consolidamento dell’apprendimento implicito» -2-3.

Non è però il singolo ciclo iniziale — poche settimane, per un totale che non raggiunge le ventiquattr’ore di lavoro — ad aver prodotto il dato statisticamente più solido. I ricercatori hanno infatti osservato che la riduzione del rischio di diagnosi di demenza, quantificata in un -25 per cento, emerge in modo netto solo in coloro che, dopo il primo blocco di sedute, hanno ricevuto sessioni di richiamo a distanza di undici e trentacinque mesi -1-5. Nel gruppo sottoposto alla sola fase iniziale senza booster, la differenza rispetto ai controlli non raggiungeva la significatività; un elemento, quest’ultimo, che ha spinto alcuni statistici — tra i quali Baptiste Leurent dell’University College London — a invitare alla prudenza, sottolineando come l’intervallo di confidenza del dato principale sia piuttosto ampio, oscillando tra il 5 e il 41 per cento di riduzione effettiva -1-8.

I meccanismi incerti e l’ipotesi della «riserva cognitiva»

Perché proprio la velocità, e perché solo se «rinforzata» a distanza di anni? Marilyn Albert, pur ribadendo che il meccanismo esatto rimane in parte da chiarire, avanza l’ipotesi che questo tipo di compito agisca sulla connettività funzionale del cervello, e in particolare sulla capacità di dividere l’attenzione e di elaborare stimoli in rapida successione -1-3. Altri esperti, come Etienne De Villers-Sidani della McGill University, evocano il concetto di brain reserve: una sorta di dotazione supplementare di sinapsi e circuiti che, accumulata attraverso esperienze strutturanti, consentirebbe al cervello di tollerare più a lungo i processi neurodegenerativi prima che questi si traducano in sintomi clinici -2. L’esempio proposto dallo studioso è volutamente estremo — un singolo incidente d’auto può generare una paura persistente per decenni — per dimostrare come esperienze brevi, se sufficientemente intense, siano in grado di lasciare tracce durature nella sostanza grigia -2.

Va detto, e lo precisano gli stessi autori, che né l’allenamento mnemonico né quello incentrato sul ragionamento logico hanno mostrato effetti paragonabili: una circostanza che non ne inficia l’utilità in altri ambiti — entrambi migliorano infatti specifiche prestazioni cognitive nel breve termine — ma che rende ancora più evidente la specificità della sfida posta dal decadimento a lungo termine -3-5.

I limiti, le cautele e la distinzione dall’esercizio fisico

Proprio mentre lo studio della Johns Hopkins rilancia il dibattito sull’efficacia degli interventi cognitivi, un altro filone di indagine — quello sull’attività motoria — guadagna titoli su testate generaliste e specializzate, ma per ragioni differenti. La ricerca dell’Università di Berkeley sulla comunicazione muscolo-cervello, ad esempio, ha messo in luce il ruolo delle vescicole extracellulari che trasportano precursori di endorfine attraverso la barriera ematoencefalica in seguito ad acidificazione del pH sanguigno -4. Un meccanismo, questo, che nulla ha a che vedere con la plasticità indotta da compiti visivi al computer, ma che conferma come la neuroprotezione sia un fenomeno multiforme, probabilmente irriducibile a una singola strategia -4-6.

Chi segue da anni il tema della prevenzione non farmacologica, come Vincenzo Andreone, direttore della Neurologia all’AORN Cardarelli di Napoli, invita a non sovrapporre i piani: il training adattivo computerizzato non si sostituisce al controllo dei fattori di rischio vascolare — pressione, colesterolo, glicemia, peso — né alle camminate o all’impegno sociale, ma potrebbe affiancarsi a essi in una logica di intervento multidimensionale -3. La stessa Albert ha dichiarato che i risultati «non vanno intesi come un invito a rinchiudersi in una stanza senza finestre per allenarsi ore su uno schermo», bensì come una prova che l’apprendimento implicito, quello che assomiglia più a un’abitudine inconscia che a uno studio volontario, merita attenzione e ulteriori approfondimenti -2.

Ad accrescere la complessità del quadro contribuisce infine il fatto che i partecipanti allo studio erano perlopiù donne, in buona salute e privi di deficit sensoriali rilevanti — una selezione che, come nota Rachel Richardson del Cochrane Collaboration, rende meno immediata la generalizzabilità dei risultati alla popolazione generale, e in particolare a chi già convive con ipovisione o ipoacusia -1-8.

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