Il cuore fermo della premio Nobel: Narges Mohammadi e il silenzio dopo l’infarto in cella
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Redazione Esteri
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Erano le prime luci dell’alba quando, nel reparto femminile del carcere di Zanjan, le compagne di cella di Narges Mohammadi hanno fatto una scoperta che, ancora una volta, riaccende i riflettori sulla detenzione della premio Nobel iraniana. Riversa sul giaciglio, con gli occhi sbarrati all’indietro e le mani gelide: un quadro clinico che lasciava pochi dubbi sulla gravità del momento. L’urgenza, in quell’istante, era solo istintiva. La coperta con cui l’hanno avvolta e il trascinamento fino all’infermeria del carcere raccontano di una corsa contro il tempo compiuta non da medici, ma da detenute. Se un farmaco l’ha poi riportata in sé, quello stesso gesto terapeutico è rimasto l’unico concessole.
Ciò che le compagne hanno descritto – occhi rovesciati all’indietro, perdita di coscienza prolungata – sono i segni, per quanto evidenti, di un malore che, secondo la diagnosi informale raccolta nell’ambulatorio carcerario, sarebbe riconducibile con “molta probabilità” a un infarto. E qui si innesta il nodo centrale della vicenda, quello che trasforma una emergenza medica in un caso giudiziario e umanitario: nonostante i sintomi e la richiesta, nessun trasferimento in ospedale è stato disposto, nessuno specialista ha potuto visitarla. La cura, così come la diagnosi, è rimasta confinata tra i muri dell’infermeria, un luogo che – in questi giorni – trema letteralmente per le bombe israelo-americane, troppo vicine per non rappresentare un ulteriore fattore di stress per i detenuti.
Quando, il 29 marzo, il team legale di Mohammadi – accompagnato da un familiare – ha potuto finalmente accedere al carcere di Zanjan per vederla, l’immagine che si sono trovati davanti era difficile da riconoscere. Quella che hanno incontrato “non sembrava” Narges Mohammadi, l’indomita ingegnere e fisica diventata simbolo della lotta contro l’oppressione delle donne in Iran. Appariva pallida, debole, con un significativo calo di peso; segni, questi, che si sommano a quelli più antichi di un arresto violento avvenuto lo scorso dicembre a Mashhad, durante una cerimonia funebre, che le aveva lasciato ferite sul e sulla testa. I 109 giorni di isolamento nel carcere di Zanjan – dove è detenuta insieme a condannati per reati violenti – sembrano aver aggravato una situazione già di per sé precaria.




