Cuore, il rischio di primo infarto si riduce del 36%: i nuovi dati da Rimini

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Rimini. Una riduzione del 36% del rischio di andare incontro al primo infarto miocardico acuto: è questo, in sintesi – se così si può dire per un dato di questa portata – il numero che ha fatto da apripista alla 57esima edizione del Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), in corso in questi giorni nella riviera romagnola. A fornirlo è lo studio internazionale VESALIUS-CV, i cui risultati, pubblicati contestualmente sul "New England Journal of Medicine", sembrano destinati a riscrivere le priorità della prevenzione primaria. La ricerca ha infatti dimostrato che intervenire con decisione sui livelli di colesterolo LDL – quello comunemente chiamato "cattivo" – in soggetti ad altissima vulnerabilità, sebbene ancora privi di una storia clinica segnata da eventi ischemici gravi, riduce in modo sostanziale la probabilità di complicanze maggiori, offrendo una finestra terapeutica prima che la malattia si manifesti nella sua forma più violenta.

La svolta del Vesalius-Cv

Lo studio VESALIUS-CV, che ha arruolato oltre 12mila pazienti seguiti per un periodo superiore ai quattro anni, si è concentrato su una popolazione fragile, caratterizzata da un rischio cardiovascolare definito elevato o molto elevato. A costoro, spiega la ricerca, l’abbattimento del colesterolo attraverso molecole innovative consente di allontanare lo spettro dell’infarto o dell’ictus. Il dato epidemiologico, nel nostro Paese, assume un rilievo particolare se si considera che le patologie dell’apparato circolatorio rappresentano ancora la principale causa di morte; le statistiche più aggiornate, risalenti al 2022, parlano di oltre 220mila decessi su un totale di 720mila, una massa critica che impone una revisione profonda delle strategie di intervento. “Finora l’orientamento nella pratica clinica ha portato a concentrarsi sull’intervento terapeutico dopo un evento acuto”, ha dichiarato Massimo Grimaldi, presidente ANMCO e direttore della Cardiologia dell’Ospedale F. Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari). “Oggi abbiamo una consapevolezza nuova: il rischio cresce negli anni, spesso in modo silenzioso, e noi abbiamo la possibilità di agire prima che il danno si manifesti”.

L’abbattimento del colesterolo cattivo

Al centro di questa rivoluzione copernicana – che sposta l’attenzione dalla riparazione del danno alla prevenzione dello stesso – c’è il colesterolo LDL, considerato un fattore causale diretto dell’aterosclerosi. La strategia terapeutica impiegata nel trial, basata sull’uso di evolocumab (un anti monoclonale), ha permesso di ridurre i livelli di questa lipoproteina di oltre il 50%, portandoli a una media di 45 mg/dL. In altre parole, non si tratta più di un semplice contenimento, ma di una riduzione drastica e mirata. Questo approccio, come sottolineato da Claudio Bilato, vicepresidente ANMCO, significa tradursi in un impatto concreto sulla vita delle persone, evitando quelle conseguenze permanenti che spesso un evento acuto lascia in eredità al paziente. La ricerca, quindi, fornisce un’arma in più ai cardiologi, i quali oggi dispongono di strumenti sempre più raffinati per valutare il rischio individuale e calibrare una protezione su misura, adattata alle caratteristiche specifiche di ogni singolo assistito.

L’Italia ai vertici per lo scompenso

Se il VESALIUS-CV guarda al futuro della prevenzione, un altro dossier presentato in queste ore a Rimini, il BRING-UP 3-HF, certifica l’eccellenza del presente italiano nella gestione delle patologie cardiache già conclamate. Questa ricerca osservazionale, condotta su circa 10mila pazienti con il coinvolgimento di oltre 180 strutture cardiologiche sparse sul territorio nazionale, ha evidenziato un significativo incremento nell’aderenza alle terapie raccomandate per lo scompenso cardiaco, una sindrome complessa e in forte aumento che conta circa 800mila casi solo in Italia. I numeri parlano chiaro: nei pazienti con ridotta capacità di pompaggio del cuore, l’utilizzo dei beta bloccanti ha sfiorato il 94%, mentre la cosiddetta "quadruplice terapia" (l’associazione di quattro diverse classi di farmaci) è stata prescritta in oltre il 65% dei casi. Dati che, secondo Fabrizio Oliva (Past President ANMCO e direttore al Niguarda di Milano), collocano la cardiologia ospedaliera italiana ai vertici assoluti del panorama europeo per l’ottimizzazione dei trattamenti. Lo scompenso cardiaco rimane purtroppo una patologia gravata da alti tassi di ospedalizzazione e mortalità – ed è la principale causa di ricovero per gli ultra65enni a livello mondiale – ma questi numeri dimostrano che la strada dell’appropriatezza terapeutica è quella giusta, anche se resta necessario un ulteriore sforzo per cucire il rapporto tra ospedale e territorio nella fase di follow-up.

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