Il colesterolo «cattivo» sotto i 45 mg/dl: così il rischio di primo infarto crolla del 36%

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Roma. Una riduzione drastica del colesterolo LDL, quella lipoproteina a bassa densità che spesso finisce sul banco degli imputati nelle cartelle cliniche dei cardiologi, può abbassare la probabilità di subire un primo infarto fino a sfiorare il 40 per cento. A dirlo – con una precisione statistica che in passato, va detto, sarebbe apparsa quasi utopica – sono i numeri emersi dallo studio internazionale Vesalius-CV, presentato in queste ore al 57° Congresso Nazionale dell’Anmco, l’associazione dei medici cardiologi ospedalieri, che si sta svolgendo a Rimini. Più di 12mila pazienti seguiti per oltre quattro anni, tutti con un rischio cardiovascolare già elevato o molto elevato ma nessun evento clinico acuto alle spalle: ecco la popolazione sulla quale i ricercatori hanno verificato un’ipotesi destinata, con ogni probabilità, a riscrivere i manuali di prevenzione.

Oltre la logica dell’attesa, si interviene prima del danno

Finora, lo si deve riconoscere, l’approccio terapeutico dominante era prevalentemente “event-driven”: si aspettava l’infarto o l’ictus, e solo dopo si scatenava l’assalto farmacologico per evitare il bis. Un meccanismo che, se osservato con lucidità, assomiglia molto al chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Lo studio in questione – che ha utilizzato evolocumab, un anti monoclonale inibitore della Pcsk9 – cambia radicalmente questa prospettiva, dimostrando che intervenire in anticipo su soggetti ad altissimo rischio produce un beneficio concreto e misurabile. I livelli di colesterolo LDL nel gruppo trattato sono scesi oltre la metà rispetto ai valori basali, attestandosi intorno ai 45 mg/dL, una soglia che fino a poco tempo fa veniva considerata un traguardo quasi esclusivo della prevenzione secondaria.

Il peso dei numeri e il silenzio dell’aterosclerosi

Le malattie del sistema circolatorio, va ricordato, rappresentano ancora la prima causa di morte nel nostro paese; solo nel 2022 si sono contati più di 220mila decessi su un totale di oltre 720mila, numeri che restituiscono l’urgenza di un cambio di passo. Il trial Vesalius-CV dimostra che ridurre il colesterolo LDL non è solo una questione di etichette farmaceutiche, ma una strategia per scongiurare complicanze permanenti – si pensi alle conseguenze di un grave ictus – in individui che, pur sentendosi sostanzialmente sani, hanno già un’aterosclerosi in fase avanzata, magari asintomatica. Il vicepresidente Anmco, Claudio Bilato, ha spiegato che il dato più rilevante è proprio questo: riuscire a evitare che la prima manifestazione della malattia sia anche la più devastante.

Un nuovo paradigma per chi ha diabete e placche diffuse

C’è poi un sottogruppo di pazienti, quelli con diabete e aterosclerosi diffusa ma mai infartuati, per i quali i risultati assumono un rilievo ancora più clamoroso. In queste persone, che rappresentano una fetta consistente della popolazione a rischio, l’abbattimento del colesterolo “cattivo” riduce il pericolo di eventi maggiori di quasi un terzo, avvicinandosi per certi versi all’efficacia riscontrata in chi ha già avuto un episodio cardiaco. La discussione al congresso di Rimini, alimentata anche dagli articoli pubblicati sul Giornale Italiano di Cardiologia, ha rimesso al centro un concetto semplice ma fino a ieri rivoluzionario: il rischio cardiovascolare si costruisce negli anni, spesso in silenzio, e intercettarlo prima che esploda modifica il destino clinico di milioni di persone.

Strumenti nuovi per una sfida antica

Oggi i cardiologi a disposizione hanno armi sempre più affilate: non solo le statine, che restano il cardine della terapia, ma anche questi nuovi farmaci a somministrazione sottocutanea (o, in un futuro forse prossimo, pillole orali) in grado di spingere il colesterolo LDL verso valori molto bassi, quelli che fino a qualche anno fa facevano storcere il naso anche agli specialisti più audaci. Lo studio Vesalius-CV, insomma, non è l’ennesima conferma di un concetto già noto, ma la dimostrazione che la prevenzione “primaria” – quella che agisce prima che il danno si manifesti – può essere molto più aggressiva di quanto si credesse. E i 220mila morti annuali per cause cardiovascolari impongono di non ignorare questa lezione.

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