Il lutto di Minab: i funerali delle 165 bambine e il nodo della scuola bombardata
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Redazione Esteri
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Un corteo silenzioso eppure carico di grida strozzate dal pianto ha attraversato ieri le strade di Minab, città nella provincia iraniana di Hormozgan, per dare sepoltura alle 168 vittime del bombardamento che ha colpito una scuola elementare femminile. La stragrande maggioranza delle bare, piccole, avvolte nei colori della bandiera iraniana – quel rosso, bianco e verde che oggi si mescolava al nero del lutto – conteneva i corpi di bambine, accanto a quelli di alcune insegnanti e, tra loro, anche qualche genitore, sorpreso in quell'ora di lezione a portare o riprendere le proprie figlie. Le esequie collettive, ampiamente partecipate da una popolazione sconvolta nonostante il perdurare dell'allarme bombe, si sono trasformate in un'immagine potente e dolorosa: quella di un fiume di persone, soprattutto donne velate, che accompagnavano a piedi nell'ultimo viaggio le piccole vittime, in una cerimonia funebre che è stata anche un'occasione, per molti, per gridare la propria rabbia contro l'amministrazione guidata da Donald Trump e contro lo Stato d'Israele, ritenuti responsabili dell'accaduto. La televisione di Stato ha mostrato piazze gremite, con uomini che sventolavano bandiere e donne in chador nero che si tenevano in disparte, in un dolore diviso ma profondamente condiviso.
Il raid e la geografia della distruzione
L'attacco, risalente allo scorso 28 febbraio, si è abbattuto sulla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh, un istituto che, secondo le ricostruzioni geolocalizzate condotte da testate internazionali, sorge a poche centinaia di metri da una base navale dei Guardiani della Rivoluzione, il d'élite dell'esercito iraniano. Sono state proprio le immagini satellitari e i video verificati a mostrare due distinti colonne di fumo alzarsi dall'area: una dalla base militare, l'altra dall'edificio scolastico, un elemento, quest'ultimo, che per molti analisti escluderebbe la teoria del semplice "danno collaterale", aprendo invece a interrogativi più complessi sulla natura e la precisione del bombardamento. Se da un lato il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti non prenderebbero mai deliberatamente di mira una scuola, e che il Pentagono ha avviato accertamenti in merito, dall'altro lato le autorità di Teheran non hanno esitato a puntare il dito contro Washington e Gerusalemme, parlando apertamente di un crimine di guerra. Il ministero degli Esteri iraniano, nella persona del portavoce Esmaeil Baghaei, ha denunciato come i raid procedano ormai in modo indiscriminato, colpendo strutture civili senza alcuna distinzione tra ospedali, scuole e persino siti culturali.
L'ombra delle polemiche e la richiesta dell'Onu
Nel clima incandescente della propaganda bellica, non sono mancate, nelle ore successive alla strage, voci che hanno tentato di attribuire l'accaduto a un errore interno agli stessi Guardiani della Rivoluzione. Alcuni account sui social, vicini all'opposizione in esilio e a frange filo-israeliane, hanno rilanciato l'ipotesi di un missile iraniano fuori controllo, presentando come prova immagini e video in realtà decontestualizzati e girati in altre regioni del paese, a centinaia di chilometri di distanza da Minab. Versioni, queste, che non hanno trovato alcun riscontro in fonti ufficiali o in verifiche indipendenti, e che anzi sono state smentite da analisi open source che hanno ricondotto quei filmati ad aree montuose e innevate, incompatibili con il clima costiero della zona. Nel frattempo, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, attraverso la portavoce Ravina Shamdasani, ha sollecitato un'indagine rapida, imparziale e approfondita sulle circostanze dell'attacco, ricordando come il diritto bellico sia inequivocabile nel proteggere i civili e come gli attacchi diretti contro di essi possano configurarsi come crimini di guerra. Anche l'Unicef e l'Unesco hanno espresso forte allarme, sottolineando l'urgenza di proteggere le istituzioni educative, che rappresentano il futuro di una nazione, soprattutto in scenari di conflitto armato.
Un bilancio che pesa sul futuro
Le operazioni di ricerca e recupero tra le macerie della scuola, terminate nei giorni scorsi, hanno portato a un bilancio definitivo e agghiacciante di 165 morti, un numero che non accenna a diminuire e che parla da sé. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha definito l'attacco un atto contro la vita stessa e contro il futuro del paese, sottolineando come colpire una scuola significhi minare le fondamenta di un'intera nazione. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo, e in particolare quelle condivise sui social dallo stesso ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mostrano file interminabili di fosse allineate, pronte ad accogliere i corpi dilaniati delle vittime, una visione che il capo della diplomazia iraniana ha voluto contrapporre, con amarezza, a quella che ha definito la "missione di salvezza" promessa da Trump. A Minab, intanto, resta il silenzio rotto solo dal rumore delle pale che hanno terminato di scavare la terra, in un cimitero improvvisato che ora custodisce i sogni infranti di centinaia di bambine.




