La ministra Bernini firma i decreti: in arrivo 60,7 milioni per duemila ricercatori. Alla Federico II il numero più alto di assunzioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La macchina amministrativa del Ministero dell’Università e della Ricerca ha completato l’iter burocratico che darà ossigeno al sistema accademico nazionale. La titolare del dicastero, Anna Maria Bernini, ha apposto la propria firma sui decreti attuativi del piano straordinario di reclutamento, quel provvedimento inserito nella legge di Bilancio 2026 che destina risorse significative – 60,7 milioni di euro a regime dal 2027 – per l’ingresso di duemila ricercatori nelle università e negli enti di ricerca. Una cifra, quella complessiva, che per l’anno in corso si attesta su un primo stanziamento di 18,5 milioni, ma che è destinata a crescere in maniera strutturale già dal prossimo anno. L’obiettivo dichiarato, come si legge nelle note ufficiali, è quello di consolidare e rendere permanenti le competenze che in questi anni sono state affinate grazie ai progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, evitando così che l’onda lunga dei finanziamenti europei si esaurisca senza lasciare traccia stabile negli organici.

Una manovra per stabilizzare le competenze del Pnrr

Il meccanismo immaginato dal ministero poggia sulla volontà di blindare il capitale umano formato durante la fase più intensa degli investimenti legati al Recovery Fund. Dei duemila posti messi a bando, poco più della metà – esattamente 1.051 – sono riservati a ricercatori che hanno operato nell’ambito di progetti Pnrr: 847 di questi troveranno collocazione negli atenei, mentre i restanti 204 confluiranno negli enti di ricerca vigilati dal Mur. Un’operazione, questa, che cerca di dare continuità a professionalità altrimenti destinate a disperdersi una volta esauriti i fondi temporanei. La ministra Bernini, nel commentare il via libera ai decreti, ha parlato di un investimento nel futuro della ricerca italiana, sottolineando come il valore del capitale umano formato in questi anni meriti un riconoscimento che vada oltre la precarietà dei progetti a termine. E a proposito di enti di ricerca, il provvedimento interessa da vicino realtà come il Consiglio nazionale delle ricerche, che potrà contare su 2,7 milioni a regime per novantasette tra ricercatori e tecnologi, e l’Istituto nazionale di fisica nucleare, con 2,9 milioni destinati a novantuno assunzioni, per citare solo i due enti maggiormente finanziati.

La Campania guida la classifica, Federico II prima in Italia

Scorrendo i riparti territoriali, emerge con chiarezza come la distribuzione delle risorse segua criteri che premiano la capacità progettuale pregressa degli atenei. La Campania, in questo senso, gioca un ruolo da protagonista: alle sue università andranno complessivamente 5,4 milioni di euro, cifra che consentirà l’assunzione di 184 ricercatori. Il dato più rilevante, però, è quello che riguarda l’Università degli Studi di Napoli Federico II. L’ateneo guidato dal rettore Matteo Lorito riceverà un finanziamento di 3,4 milioni, sufficienti per l’immissione in ruolo di 117 ricercatori in tenure track – di cui 58 direttamente legati ai progetti Pnrr – e si aggiudica così il primato nazionale per numero di nuove entrate. Un risultato che, a sentire le parole dello stesso Lorito, affonda le radici in scelte compiute negli anni precedenti, quando l’ateneo decise di investire in maniera massiccia sul reclutamento dei giovani studiosi all’interno dei cantieri del Pnrr, creando le premesse per questo record. Oltre alla Federico II, nel panorama campano spiccano i numeri dell’Università di Salerno, con 767mila euro per ventisei ricercatori, e della Vanvitelli, che con 708mila euro ne assumerà ventiquattro, mentre quote minori, seppur significative per le dimensioni degli atenei, vanno alla Parthenope, all’Orientale, al Sannio e alla Scuola Superiore Meridionale.

Lombardia e Piemonte: i numeri del nord

Se la Campania fa incetta di posti, il nord non resta certo a guardare. La Lombardia, con i suoi sette milioni complessivi che diventeranno strutturali dal 2027, si prepara ad accogliere 236 nuovi ricercatori. Il Politecnico di Milano, che beneficerà di 2,2 milioni, ne assumerà settantacinque, di cui quarantuno con profilo Pnrr; la Statale, forte di 1,5 milioni, ne inserirà cinquantadue (ventidue Pnrr); la Bicocca, con un milione, trentasette (ventuno Pnrr). Completano il quadro lombardo gli atenei di Pavia, Bergamo, Brescia, l’Insubria e l’Istituto Universitario di Studi Superiori, ognuno con la propria dotazione. Anche il Piemonte si muove con numeri importanti: 3,6 milioni per 125 ricercatori, suddivisi tra il Politecnico di Torino, che con 1,8 milioni ne assumerà sessantatré, l’Università di Torino, che con 1,5 milioni ne prenderà cinquantaquattro, e il Piemonte Orientale, fermo a otto posizioni ma con una dotazione di 236mila euro. In questo quadro, la percentuale di ricercatori Pnrr si attesta poco sotto la metà del totale, a testimonianza di una volontà di non legare esclusivamente ai fondi europei l’intera operazione.

Le ripartizioni nel mezzogiorno e nelle isole

Scendendo lungo la penisola, la Calabria si appresta a immettere nei propri organici quarantasei ricercatori, grazie a 1,3 milioni di euro. L’Università della Calabria, con 767mila euro, ne assumerà ventisei, diciassette dei quali legati al Pnrr; seguono l’ateneo di Catanzaro con tredici posizioni e quello di Reggio Calabria con sette. In Sicilia, il finanziamento di 3,4 milioni produrrà 118 nuove entrate. Palermo, con oltre 1,4 milioni, si assicura cinquanta ricercatori, Catania, con 1,3 milioni, quarantasei e Messina, con 649mila euro, ventidue. Anche in questo caso, la componente Pnrr è prevalente, con settantuno posizioni sulle 118 totali. E non va dimenticata la Liguria, dove l’Università di Genova potrà contare su 1,4 milioni per quarantanove ricercatori, di cui ventitré in quota Pnrr, in un avvio di percorso che nel 2026 vedrà un primo acconto di 326mila euro per poi salire a regime l’anno successivo.

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